Mese: aprile 2013

Il bersaglio mobile della conoscenza

Recensione a Brunella Antomarini, Pensare con l’errore. Il bersaglio mobile della conosceza, Codice Edizioni, Torino 2007

Giulio Marzaioli

Il postulato da cui prende spunto la riflessione di Brunella Antomarini sembra essere l’incertezza. In Pensare con l’errore, edito da Codice Edizioni, l’autrice potrebbe infatti apparire come ulteriore paladina di un pensiero debole. Tuttavia, proprio la concezione di “postulato” sfugge al pensiero esplorato dalla Antomarini, così da rendere l’incertezza, ovvero la consapevolezza di quanto possa mutare ogni certezza, metodo e non verità.

Accostandosi alle intuizioni di questo libro viene da pensare alla balistica, disciplina che studia il moto di un proiettile, corpo inerte sottoposto alla forza di gravità e all’attrito viscoso. Per “tarare” la mira e considerare la giusta traiettoria, vengono effettuati lanci di gittata maggiore e minore rispetto al bersaglio conosciuto. Brunella Antomarini insinua il dubbio che, anche a minore o maggiore distanza rispetto al bersaglio possano trovarsi risposte, soprattutto nel caso in cui, mutuando un titolo cinematografico, ci si trovi in presenza di un bersaglio mobile, ovvero la percezione del reale. In altri termini, la conoscenza. Continua a leggere “Il bersaglio mobile della conoscenza”

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Nel grande cretto, tra Ethos ed Epos, quasi un’allegoria

Manuel Cohen

     Di Marilena Renda, leggiamo finalmente per intero l’articolato poemetto Ruggine, un testo dalla lunga gestazione, già apparso in rete nel 2009, rappresentato a teatro, e qui proposto in una stesura ulteriormente rivista in cui si è sistematicamente provveduto a uniformare il tutto, a renderlo continuum, narrazione quanto più possibile coerente e organica: è probabilmente in ragione di ciò che l’autrice ha eliminato quegli inserti nell’idioma di Erice, che ci era stato possibile leggere precedentemente.

     Ruggine è un testo che narra, ritorna e riverbera o riparte dalle e sulle vicende drammatiche che seguirono la notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, quando una vasta area della Sicilia occidentale fu colpita dal sisma tristemente noto come ‘il terremoto del Belice’: una ventina i comuni colpiti, di cui 4 interamente distrutti: Gibellina, Salaparuta, Montevago, Poggioreale: 370 vittime, oltre 1000 feriti, 70.000 senzatetto. Ora, anche volendo sorvolare sulle numerose testimonianze in versi lasciate dai neodialettali a proposito del terremoto del Friuli del 1976, non apparirà casuale la coincidenza per cui nella poesia dell’ultimo lustro vari titoli sembrano ispirarsi o riferirsi a fatti analoghi. Come dire che l’immaginario collettivo e la memoria di numerosi autori in versi ne siano stati segnati irredimibilmente. O forse è in un presente inquieto, precario, da ricostruire quasi, che è da ricercare il tratto di similarità o di una Stimmung: l’istanza di raccordo e documento che muove e accomuna autori molto divaricati tra loro per orientamento e gusto: è il caso di Jolanda Insana, che ha scritto la suite Frammenti di un oratorio. Nel centenario del terremoto di Messina (2009); o di Domenico Cipriano, che con Novembre (2010) ritorna a fare capolino intorno ai numeri, quasi una cabala, di quella fatidica sera del 1980 del terremoto dell’Irpinia. Per non dire del Viaggio nel cratere (2003) narrazione di Franco Arminio, o dei testi carsici e lavici scritti a partire dal 1980 di un altro lucano, Salvatore Pagliuca, ed ora raccolti nel volume Lengh’ r’ terr’, Lingua di terra (Le Voci della Luna, Milano 2012). Continua a leggere “Nel grande cretto, tra Ethos ed Epos, quasi un’allegoria”

Critica e storiografia, più che cartografia

Marco Giovenale

1.

Un falso problema si aggira per redazioni e radar di siti, blog, giornali, e nei pensieri di editor di pagine web, o critici (per fortuna non in tutti): il problema della “mappatura” delle voci poetiche. Il problema del territorio intero. Luogo da possedere, évidemment, come nozione, o corpus ghiotto, da afferrare.

Se è il territorio intero, da sondare, va pur detto che percentuale altissima del dicibile e del detto è già in rete. O, meglio, è la rete: mappa pressoché coincidente con i suoi oggetti (almeno nella porzione di mondo occidentale/occidentalizzato adsl-munita, in grado dunque di promuovere se stessa – come fa, come facciamo –  alla dignità di soggetto rammemorante e memorabile). (Il possesso di uno specchio: segno di benessere economico, di facoltà..).

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…continua in Samgha (5 apr. 2013)

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L'anomalia Ponge

Andrea Inglese

Parrebbe che nella ricezione della poesia straniera gli automatismi intellettuali, le limitatezze di corporazione, le miopie critico-teoriche si palesino ingigantite e facciano “sintomo”. Per questo vale la pena decifrare questo particolare sintomo: l’assenza o l’estrema scarsità di Francis Ponge, nell’editoria italiana. Sì, perché è ben strano che un autore morto alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, la cui intera opera è stata raccolta in due volumi nella Pléiade, tra 1999 e 2002, non conosca ad oggi un’ampia traduzione nella nostra lingua. Quando appare, la traduzione di un poeta ha come premessa il variegato interesse che la sua opera ha suscitato presso altri poeti, specialisti della letteratura in questione, critici militanti. Per conseguenza, la mancata traduzione indica un vasto fronte di disinteresse. Ed è senza dubbio il destino di Ponge, in Italia.

Henri Michaux, ad esempio, belga naturalizzato francese, anche lui nato come Ponge nel 1899, comincerà ad essere tradotto nel corso degli anni Sessanta, e grosso modo conoscerà un’attenzione costante, dimostrata anche recentemente dalla casa editrice Quodlibet che ha proposto la traduzione di diversi libri ancora inediti in Italia. Nel caso di Ponge, bisogna attendere una prima traduzione in volume nel 1971. Ironia della sorte, ne è responsabile uno dei capofila dell’ermetismo fiorentino, Piero Bigongiari, che dimostra, da buon conoscitore della letteratura d’oltralpe, di apprezzare un’opera ormai imprescindibile nel panorama della poesia francese, nonostante sia molto lontana dalla sua sensibilità di autore. La traduzione successiva, a firma di Jacqueline Risset, appare solamente otto anni dopo. E mentre in Francia, a partire dagli anni Ottanta, l’interesse anche accademico per l’opera di Ponge cresce in maniera costante, producendo un numero sempre maggiore di studi critici, convegni e monografie, in Italia non accade più nulla di significativo, se si eccettua l’uscita di due volumetti tradotti dallo scrittore Daniele Gorret per la piccola casa editrice l’Obliquo: Testo sull’elettricità (1997) e Il sole in abisso (2003). Continua a leggere “L'anomalia Ponge”

Su Jacques Rancière, "Politique de la littérature" (Galilée, Paris 2007)

Andrea Inglese

[trad. it.  Politica della letteratura, Sellerio, Palermo 2010]

Politique de la littérature di Jacques Rancière è un libro di teoria e critica letteraria fondamentale. Lo è certo per la ricchezza e la novità dell’articolazione concettuale, ma anche per gli effetti benefici che la sua riflessione potrebbe avere sui nostri studi letterari e il nostro dibattito critico. Come il titolo esplicita, il libro non verte sui rapporti tra letteratura e politica, ma su quelli tra una politica propria ad una certa arte dello scrivere (la “letteratura”) e la politica generalmente intesa, come pratica oratoria volta a ridefinire nell’arena pubblica lo statuto dei soggetti e la natura del loro mondo.

La riflessione di Rancière ha un carattere “telescopico”, ossia pensa la modernità letteraria nell’ottica della lunga durata. Ciò significa relativizzare il paradigma modernista (dal formalismo russo allo strutturalismo francese), per pensare diversamente quella pratica che da circa un paio di secoli definiamo “letteratura”. Quest’ultima indica un nuovo tipo di rapporto tra significati e cose, tra parole e corpi, che si oppone all’ordine classico e al suo edificio tradizionale di generi. Si tratta poi di un tipo di rapporto intimamente legato alle forme di vita del regime democratico, che va affermandosi sulle rovine dell’ancien régime. Continua a leggere “Su Jacques Rancière, "Politique de la littérature" (Galilée, Paris 2007)”

Sull'improvvisa attualità di Antonio Moresco

Luca Cristiano

 

Conosco bene Antonio Moresco. Abbiamo camminato appoggiandoci l’uno alla spalla dell’altro per duecento chilometri circa, tra le altre cose. Però di seguito lo chiamerò Moresco. Perché Moresco lo conosco meglio di quanto non conosca Antonio.

La prima domanda a cui bisognerebbe rispondere oggi, a metà dell’aprile 2013, è come mai Moresco ora va di moda. Pubblica con Mondadori, va da Fazio in televisione, le studentesse durante le sue conferenze disegnano cuoricini con scritto dentro “MORESCUCCIO”.

La domanda che naturalmente consegue dalla prima è: come mai ci ha messo così tanto ad andare di moda?

Per la maggior parte della critica italiana, rispondere alla seconda domanda vuol dire arrogarsi il diritto di non porsi la prima. Vale a dire: Moresco va di moda perché incarna il personaggio dello scrittore oltranzista e incompreso, si è guadagnato con la serie di rifiuti spietatamente e candidamente narrati in Lettere a nessuno un’aura romantica che attira gli allocchi. Continua a leggere “Sull'improvvisa attualità di Antonio Moresco”

Recensione a Andrea Raos, "i cani dello Chott el-Jerid" (Arcipelago, 2010)

Marco Giovenale

Quello che è stato sempre in evidenza (e ha rappresentato e rappresenta la ricchezza) del particolare timbro di voce della scrittura di Andrea Raos, trova una conferma addirittura paradigmatica nel compatto, breve testo i cani dello Chott el-Jerid, ospitato dalla collana ChapBook diretta da M. Zaffarano e G. Bortolotti per l’editore Arcipelago. In cosa consiste la natura esemplare del libro? Nel portare a un estremo di incandescenza tutte le punte solo apparentemente divergenti dell’arco di stili che Raos ha presenti e impiega: lirica d’aspetto lineare, felicità aforistica, microracconto, scrittura della crudeltà (che registrava un picco verticale nel precedente Le api migratori, Oèdipus, 2007), espressionismo in nessun caso gratuito, elencazioni, gioco linguistico. Tutte linee, queste appena citate, a cui si aggiunge una netta presenza di (e forse fede nel) paradosso, e nella contraddizione.

Partiamo proprio da quest’ultima marca stilistica (singolarmente sottolineata in questo caso). Il libretto – composto di prose e poesie – prende avvio da un testo che, pur sintetico, agisce precisamente da vero e proprio accumulatore di contrasti, asserzioni in guerra fra loro (ma non con la lettura che è comunque possibile darne): “racchiudeva il dolore all’esterno”, “implodendo, schiuso in sé”, “accanto e ritornavi, accanto e stavi”. L’appressamento all’area desertica del Chott el-Jerid, in Tunisia, e il fissarvi sguardo tanto attento quanto indugiante e però mobile (come da telecamera, come nel video dedicato al medesimo luogo da Bill Viola nel 1979), sono atti e assenze di atti che ben si attagliano alla “linea del sale”, all’aridità del dolore, del male, del pane altrui, e all’attraversamento della mancanza, di un affetto scomparso, che il testo di Raos sembra avere nel centro, lacuna nodale, non detta in pieno e – proprio per paradosso – sempre in apice, esposta. La sofferenza – entità costante e costantemente paradossale nel suo motivare la percezione disintegrandola – trova proprio in un “paradossale sirratte” il correlativo e oggetto allegorico pressoché ideale. (Il sirratte è un uccello che ha il paradosso inscritto fin nel proprio nome scientifico: syrrhaptes paradoxus). Quella che si profila è la scultura o incisione in effetti indelimitabile di una solitudine, in buona sostanza. Così è il deserto, coi suoi margini imprecisi. Il deserto come cangiante elemento installativo chiama dunque le parole ad appropriarsi del suo proprio senso non in veste di simbolo, o codice e sintesi già dati, ma come struttura allegorica prensile, capace di molti vettori di significato. Continua a leggere “Recensione a Andrea Raos, "i cani dello Chott el-Jerid" (Arcipelago, 2010)”

Corrado Benigni, Tribunale della mente (Interlinea, Novara 2012)

Enzo Rega

   Un libro “compatto” – non una semplice silloge – questo Tribunale della mente di Corrado Benigni. Un libro con una forte e severa base etica, quasi luterano-calvinista. Quell’etica che poi viene formalizzata nel “diritto”, che ne è la declinazione codificata in un regolamento comportamentale, e per il quale Benigni “utilizza” la propria formazione specifica e il proprio lavoro di avvocato. Anche se poi il libro si pone quasi come una sorta di kantiana “Critica della ragion giuridica”, delle sue pretese di giudizio e di appuramento della verità. Infatti, il significato di questa poesia va ovviamente ben al di là di un pretestuoso attacco alla magistratura. Questo tribunale non è quello d’un qualche foro giudiziario, ma quello della mente, nello stesso tempo quello del mondo, di cui la mente è, o vorrebbe essere, specchio. Continua a leggere “Corrado Benigni, Tribunale della mente (Interlinea, Novara 2012)”

Recensione a Vito M. Bonito, “Fioritura del sangue” (Perrone, 2009)

Daniele Claudi

«Relegato per secoli ai margini della nostra tradizione poetica – scrive Niva Lorenzini disegnando un breve quadro storico –, il corpo occupa nel Novecento un ruolo centrale». Col volume intitolato al rapporto tra Corpo e poesia nel Novecento italiano (Bruno Mondadori, 2009) Niva Lorenzini ha posto ancora una volta un obiettivo: «parlare del corpo comporta chiamare in causa il rapporto letteratura-realtà». In breve: «Se si volesse condensare in un diagramma la linea di sviluppo della storia dell’io e di quella del corpo lungo il corso della poesia del Novecento, ci si troverebbe […] a indicare, per la prima, un tracciato in discesa verticale, per la seconda una direzione ascendente». Dall’indagine risulterebbe che «è il corpo […] a mantenere solida la propria posizione […] scongiurando o procrastinando la perdita di contatto con una realtà sempre meno governabile e prevedibile». Continua a leggere “Recensione a Vito M. Bonito, “Fioritura del sangue” (Perrone, 2009)”

Il punto della poesia [1976]

Guido Guglielmi

Ogni situazione chiusa chiede che si inventi una via d’uscita. Se è vero (trasponendo liberamente Benjamin) che il pessimismo sulle circostanze non autorizza il pessimismo sulla cosa. E poiché il discorso che qui si deve fare riguarda la possibilità della poesia, oggi, in una situazione post-novissima, non sembrerà del tutto sconveniente, da parte mia, richiamare l’archeologia del problema e riferirmi ad alcune riflessioni di Baudelaire. La regressione alle origini di un asse problematico dovrebbe essere giustificata, posto che esso continui a riguardarci. Nella sezione di apertura Méthode de critique del Salon del 1855, Baudelaire si chiede che cosa un Winckelmann moderno avrebbe avuto da dire di un prodotto cinese. Ogni sistema – secondo Baudelaire – per quanto «beau, vaste, spacieux, commode, propre et lisse surtout», sta indietro rispetto alla novità delle situazioni; per cui il miglior partito da prendere resta quello della modestia, della rinuncia ad ogni sistema, ad ogni «science enfantine et vieillotte, fille déplorable de l’utopie». Naturalmente, presentata così, una tale posizione deve parere insoddisfacente, nella misura in cui ogni discorso sottintende una costruzione, quindi una regola di formazione. Ma ci si potrebbe richiamare – lo ha fatto ripetutamente Anceschi – al Salon del 1846 (A quoi bon la critique?) dove si dice «la critique doit être partiale, passionnée, politique, c’est-à-dire faite à un point de vue exclusif, mais au point de vue qui ouvre le plus d’horizons». La critica, dunque, non come interpretazione, ma come disciplina di frontiera, attenzione portata ai luoghi di confine, disposta a quel nuovo che è poi la forza della poesia di Baudelaire. Continua a leggere “Il punto della poesia [1976]”

Non è un problema di artigianato

Gherardo Bortolotti

Una cosa che mi trovo spesso a dichiarare è che la letteratura, comunque, non è un problema di artigianato, di maestria tecnica o di stile. E, per come intendo io la letteratura, questa è un’affermazione ovvia.

La metafora artigiana, tuttavia, è un modo di interpretare la letteratura ancora molto forte. Le ragioni sono varie. Da una parte, per esempio, c’è il fatto che una rappresentazione di questo tipo sottolinea l’investimento in sapere tecnico che la letteratura, per come la conosciamo, ha comportato e che ne ha giustificato, in vari termini, la specificità ed i meccanismi di selezione e di attribuzione di ruolo a cui, come sapere appunto, ha dato luogo. Da un’altra parte ancora, nella pratica quotidiana, non si può non riconoscere che lo scrivere letterario prevede tutta una serie di operazioni “manuali”, di limatura, scelta, messa in opera etc. che vengono convenientemente rispecchiate nell’immagine artigiana. La metafora artigiana, per di più, trova una forza ulteriore nella riduzione del testo a prodotto, che a sua volta implica. Una riduzione che privilegia la parte “visibile” del testo (escludendo, per esempio, la sua continua rigenerazione in seno alla lettura – per non parlare della sua eventuale natura meramente orale) e che contribuisce a collocare la letteratura nello schema più generale di produzione/consumo in cui praticamente ogni nostra esperienza, ai tempi del capitalismo, viene inquadrata. Continua a leggere “Non è un problema di artigianato”