Mese: ottobre 2013

Il futuro della letteratura: la letteratura non depotenziata

Alberto Casadei

 

Nel 1992, Timothy J. Reiss nel suo The Meaning of Literature proponeva di far risalire l’idea attuale di letteratura alla metà del XVI secolo, quando i discorsi religiosi e teologici di spiegazione del mondo cominciavano a essere sostituiti da quelli politici, nel filone machiavelliano, o saggistici, come nel caso di Montaigne, e poi da quelli più propriamente filosofici e scientifici. Le opere letterarie, soprattutto a partire da Cervantes e Shakespeare (ma si potrebbero aggiungere facilmente molti altri, come John Donne o Lope de Vega), cominciano a fornire una visione autonoma e credibile della realtà: essa non può ancora rivoluzionare i limiti imposti dalle varie forme di classicismo, ma di fatto li supera in più modi, spesso dotando di nuove valenze cognitive i campi metaforici (pensiamo a quello del sogno) e le azioni dei personaggi, dotati di una fisionomia sempre più complessa nell’ambito dei generi in ascesa, il proto-novel e il teatro. Potremmo anche sostenere che è da questa fase che i testi più alti invocano un’interpretazione specifica, mentre sino ad allora era sufficiente un’esegesi, che certo poteva trovarsi di fronte a passi allegorici anche complessi, ma tendeva a ricondurli a schemi noti: il caso dell’apocrifa Epistola a Cangrande è da questo punto di vista esemplare. La letteratura moderna non accettava le spiegazioni del mondo precostituite e cominciava a sondare due ambiti poi sempre più fondamentali nel suo spazio creativo, quello della multiformità del reale e quello della varietà e variabilità dei sentimenti. Continua a leggere “Il futuro della letteratura: la letteratura non depotenziata”

Su "mano morta con dita" di Nicola Cavallaro e Luca Rizzatello (Valentina Editrice, 2012)

di Federico Federici

Ci sono almeno due punti di accesso, in apparenza distinti, a questo lavoro di Nicola Cavallaro e Luca Rizzatello: le incisioni e le poesie. Si tratta in realtà di due accessi che immettono nello stesso labirinto di segni e di suoni dove, in un allucinato tourbillon di maschere, si innesca una spirale psichica intorno a una sorta di uomo/bambino, burattino archetipico deforme, incarnato da un «[…] nano avanti/ con gli anni travestito da neonato». La sua presenza incombe anche dietro le quinte, quasi si trattasse di un dispositivo fuori controllo, in grado di rimuovere a capriccio i capisaldi della messinscena, riscuotere l’intero teatrino di marionette, riannodandone i fili, facendo precipitare gli sfondi dipinti, sbalzando l’una o l’altra di fuori, indifferentemente. L’alterità della sua condizione, che condensa, senza conciliarle, diverse età dell’uomo, si perfeziona in strambe varianti dell’immaginario collettivo, come nella citazione rifatta da Le avventure di Pinocchio («Entra la bara ma non i conigli/ neri come l’inchiostro la sorreggono» da «Quattro conigli neri come l’inchiostro, che portavano sulle spalle una piccola bara da morto»), in cui lo stratagemma della fata, per far bere al burattino la medicina cattiva, diviene sintomo, più che visione, nella fantasia del nano.
Il montaggio distorto del mondo procede in undici quadri-inquadrature, undici momenti di un cadavre exquis, undici stazioni di una chiassosa via crucis, che potrebbe essere diretta da Buñuel Continua a leggere “Su "mano morta con dita" di Nicola Cavallaro e Luca Rizzatello (Valentina Editrice, 2012)”

Per una poesia irriconoscibile

Andrea Inglese

C’è qualcosa di così palesemente inattuale nella figura del poeta da renderla nonostante tutto ancora allettante e carismatica. Nessuno sa più bene cosa farsene, ma sembra impossibile rinunciarvi una volta per tutte. Ciò dipende, credo, da una buona ragione. Si percepisce oscuramente che il poeta è un po’ l’antitesi degli eroi del nostro tempo: i manager, gli imprenditori, le star dello sport e dei media di massa, gli scrittori di best seller planetari. D’altra parte la poesia nella sua forma moderna, ossia lirica, nasce con questa precisa connotazione ideologica: nella metropoli ottocentesca, l’attitudine del poeta, almeno da Baudelaire in poi, si costruisce per opposizione a quella dell’uomo d’affari; da un lato l’enunciato lirico che corrisponde alla singolarità di un oggetto o di un’esperienza, dall’altro il denaro come equivalente universale e ratio economica che ne governa l’uso[1].
A questa buona ragione, però, se ne aggiungono alcune cattive, che contribuiscono a mantenere vivo, seppure in modo intermittente e disinvolto, il culto del poeta. Le pagine culturali dei quotidiani ce ne forniscono alcuni esempi quando saltuariamente decidono di evocare le bizzarre vicende biografiche di un poeta defunto, oppure di onorarne la senile saggezza. L’antitesi di cui sopra, con tutto ciò che implica di irrisolto e problematico, diviene nella versione giornalistica una pacifica divisione del lavoro: al poeta il privilegio di predicare e di promettere un supplemento d’anima, a tutti gli altri di dedicarsi impietosamente, per quanto è possibile, alle carriere redditizie e ai lauti consumi. Da qui una convinta retorica della resistenza che piace molto ai poeti del nuovo secolo, giovani e meno giovani. Ecco allora la poesia farsi custode di autenticità, di valori antichi (bellezza formale), di cura artigianale per il linguaggio, di rurale immaginazione, ma anche di civili indignazioni e velleità epiche. Di fronte alle minacce dell’incultura e dello spettacolo a oltranza la poesia sarebbe l’espressione, e dunque la garanzia, di una qualche incontaminata interiorità: sentimenti schietti, immagini profonde, significati ultimi. Continua a leggere “Per una poesia irriconoscibile”

Da Leibniz all’asfalto: "I mondi" di Guido Mazzoni (Donzelli, 2010)

Diego Bertelli

C’è una parola ne I mondi di Guido Mazzoni (Roma: Donzelli 2010, pp. 66) che non riesce a passare inosservata; si tratta di «monadi». Non solo per l’implicito richiamo a Leibniz, il sostenitore del «migliore dei mondi possibili», ma anche perché monadi, usata al plurale, sembra un’estensione del titolo, una sua correzione di senso. «Sostanza semplice che entra nei composti», secondo la definizione dello stesso Leibniz, la monade è la condizione del molteplice che si rivela attraverso la singolarità degli elementi. Erede dell’atomo democriteo, essa appare sin dal primo componimento de I mondi e proprio con l’atomo si lega: «Ricordo sempre più spesso gli atomi compiuti / la vita presso di sé / così perfetta nelle monadi» (Questo sogno, p. 13). È dunque la dimensione del ricordo quella che caratterizza I mondi; ricordo preso nel suo numero singolare, il cui monadico nitore riconduce lo sguardo indietro nel tempo, a una sua purezza possibile, perché I mondi sono anche questo: i «puri» momenti di una vita che appare spesso ingiusta nel suo svolgimento, così come lo è ogni discorso sul passato.
Sin dalle citazioni in esergo, Mazzoni sa che ricordare richiede attenzione: da una parte, bisogna, secondo la prospettiva di Kafka, «vedersi come una cosa estranea, dimenticare quello che si vede, mantenere lo sguardo», poiché il cuore, quando è «messo a nudo», subisce sempre contaminazioni continue. Dall’altra, è necessario tenere a mente il fatto che «vivere e essere ingiusti sono una cosa sola». Specie questo secondo memento nietzscheano, tratto dal saggio Sull’utilità e il danno della storia per la vita, è però soggetto a una correzione: laddove il filosofo tedesco afferma la necessità di far violenza al passato, traendolo «innanzi a un tribunale, interrogandolo minuziosamente e alla fine condannandolo», poiché «ci vuole molta forza per poter vivere e poter dimenticare», Mazzoni sostituisce il senso critico. È pur sempre un «processo» quello che avviene, sebbene indotto e non dogmatico, come nel caso di K. Mazzoni «procede» compiendo stazioni, che sono non a caso anche stagioni della vita; a volte assumono la forma di tappe e passaggi, estensioni (Prato Est, Parcheggio, Luxembourg, Rogoredo, AZ 626, Rettilineo Dearborn Bridge), di spazi ben oltre il dominio della dimensione (Questo sogno, Il cielo, La forma del ricordo, Territori, Superficie, Gli esseri), di tempi interni ed esterni (Quando si smette di cercare, Gli anni, Bambino, L’istante che è appena trascorso, Generazioni). Continua a leggere “Da Leibniz all’asfalto: "I mondi" di Guido Mazzoni (Donzelli, 2010)”

Recensione a Luigi Socci, "Il rovescio del dolore" (Pequod, 2013)

Andrea Cortellessa

In copertina – così discreta da poter passare per un logo astratto – c’è un’immagine che vale invece, per il libro, come un’impresa perfetta. Una caffettiera rossa, dipinta col sussiego anodino di Magritte, che ha però manico e beccuccio dallo stesso lato.

La Caffettiera per masochisti fa parte degli Oggetti introvabili dell’artista francese Jacques Carelman: oggetti non solo antifunzionali ma deliziosamente persecutorî (una clessidra a ciottoli che non passano per il suo collo; un martello ricurvo su se stesso; una poltrona fatta di tubi di termosifone; una sedia a dondolo che dondola da destra a sinistra – eccetera).

Così è la scrittura di Luigi Socci, quarantasettenne marchigiano: masochista perché nel rovesciare il fiotto bruciante dell’esistere, ben lungi dal liberarsene, se lo versa ogni volta addosso. La prima volta che lessi suoi versi (poi apparsi, nel 2004, anche sull’Ottavo quaderno di poesia contemporanea curato da Franco Buffoni, con presentazione di Aldo Nove) fu addirittura sedici anni fa: e che solo ora venga alla luce l’opera prima la dice lunga, circa il Socci, tanto nell’antifunzionalità quanto nell’(auto)persecuzione. Continua a leggere “Recensione a Luigi Socci, "Il rovescio del dolore" (Pequod, 2013)”