Mese: febbraio 2013

glitches brew

Marco Giovenale

 

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1. uno dei problemi o forse solo luoghi della scrittura, nello spazio di sovrapposizione degli insiemi cartaceo e digitale, è quello della trascrizione.

2. un autore con formazione nata in contesto gutenberghiano può realizzare testi in primis in formato cartaceo, come inventati e scritti a mano, o – indifferentemente o meno – come appunti tratti da fonti diverse e semplicemente presi da queste. in entrambi i modi, sia che si tratti di rilavorarli perché solo a penna, o di rielaborarli perché ‘rough’, deve spostarli da un contesto grafico a un altro, da un sistema di segni idiomatici e strettamente legati all’identità, a un contesto astratto e comunque riconfigurante, come è quello della pagina elettronica. senza questo spostamento è quasi impossibile pubblicare (se non nella forma della pagina manoscritta fotografata) il testo.

3. la trascrizione è una traduzione. (come tradurre è in assoluto trascrivere assai male). (tanto male da cadere in un’altra lingua, … infine in qualche modo contortamente pertinente).

4. nella traduzione, come nella trascrizione/edizione e rielaborazione di un testo ‘handwritten’, possono intervenire errori, deviazioni, anche tradimenti coscienti, e riscritture. manipolazioni – volontarie o meno – di segni che diventano altro da una pura traslazione linguistica A–>B.

5. traduciamo continuamente, e continuamente spostiamo di campo e di luogo tracce, segni. Continua a leggere “glitches brew”

Recensione a Antonella Anedda, "Salva con nome" (Mondadori, 2012)

Cecilia Bello Minciacchi

«Cuci un pezzo di stoffa, cuci un brano di lettera, cuci un’iniziale: in quel mezzo-punto non entra il vento». Queste esortazioni si leggevano nel penultimo libro di Antonella Anedda, La vita dei dettagli (2009), nella toccante e concreta elaborazione di un lutto compiuta per via artistica e letteraria: un collage accompagnato dagli atti necessari a realizzarlo. La singolare sezione cui quel gesto, quel “cucire” apparteneva, Collezionare perdite, scopriva subito e nel vivo, nell’intimo della sua pietas, tanto l’indole di una collezionista – d’isolati dettagli di vita e di opere d’arte, ma soprattutto di perdite –, quanto la sua attenzione al «vento» che «scardina», alle «tracce» inseguite nelle fibre («impronta, stoffa, calligrafia»), al «buio» terminale. Quel libro, del resto, era «una storia di fantasmi». Ora, all’atto di cucire, che per Antonella Anedda ha importanza tangibile, quasi da esorcismo, è intitolata la sezione centrale del suo nuovo libro di poesia, Salva con nome (Mondadori, pp. 119, € 16,00). Di quella sezione è nume tutelare Louise Bourgeois, convocata in un’epigrafe perfetta tanto è compiuta e correlativa: «Quand’ero piccola, tutte le donne di casa maneggiavano aghi. Mi hanno sempre affascinato gli aghi, hanno un potere magico. L’ago serve a ricucire gli strappi. È una richiesta di perdono. Non è mai aggressivo, non è uno spillo». Continua a leggere “Recensione a Antonella Anedda, "Salva con nome" (Mondadori, 2012)”

Recensione a Cristina Alziati, "Come non piangenti" (Marcos y Marcos, 2011)

di Davide Racca

“Conosco soltanto la terra promessa, mi dici / – è adesso, è fatta di parti perdute, è fatta di parti / in cui la vita che non vive è vinta.” Così dice “la poesia di uno che scorda / di uno che ricorda strano”, quella di Cristina Alziati in Come non piangenti (ed. Marcos Y Marcos, 2011, pp. 103, euro 14,50). Qui, in questo libro, la storia è ora una miracolosa epifania di natura, una cosa innocente, pulita, un odore d’infanzia; ora, prende le sembianze di quel mostruoso essere nichilista dalla “s” maiuscola e dal distruttivo fiato al fosforo; ora è una tragedia individuale. Ma, scrive l’Alziati: “Non ti confondi, una è la storia / che ci crepa. E dentro quella, dentro / ciascuna ora del mondo senti / gemere il tempo del tempo che resta.” L’incombere di un evento più grande travolge improvvisamente una piccola vicenda quotidiana, piegandola; ma, allo stesso tempo, ne accresce l’intensità dell’io, facendone punto radiante di coscienza e senso, umile sonda di parola che dice di sé: “dentro il sedimentarsi delle piccole / cose, e delle grandi, sono / l’anima ingombra del loro farsi mute.” Ed è qui, in questo ammutolire delle cose, che si colloca “Sofia”, un nome di persona, la piccola figlia del poeta, il senso ingenuo e tenero della vicinanza, o il nome della conoscenza che arriva rivoluzionaria, come un verso di Ernesto Cardenal, nei momenti più bui, incidendo sulla fronte un profondo “mierda a la muerte”. Continua a leggere “Recensione a Cristina Alziati, "Come non piangenti" (Marcos y Marcos, 2011)”

Per Mastronardi

Fiammetta Cirilli

La rivolta impossibile. Vita di Lucio Mastronardi (Roma, Ediesse, 2012, prefazione di G. Fofi) è il titolo della biografia che Riccardo De Gennaro ha di recente dedicato all’autore della trilogia di Vigevano. Una biografia dalla gestazione discontinua, perché ripetutamente interrotta e ripresa: e portata a termine non per obblighi editoriali o altro, ma per debito – di affetto, di stima, di riconoscenza – nei confronti di uno degli scrittori più originali e acuti della seconda metà del Novecento italiano. L’indagine sulla vita pubblica/privata dell’impietoso narratore della provincia lombarda diventa, così, anche racconto di quel che sta a monte della pubblicazione del libro che De Gennaro gli dedica: una modalità per alcuni versi rischiosa, e che tuttavia – raccontando il pathos dei ripetuti accostamenti dell’autore al mondo di Mastronardi – sa anche rivelare molto intorno ai motivi che rendono a tutt’oggi vitale, sorprendente, fruttuosa – necessaria, probabilmente – una rilettura dei romanzi vigevanesi.

La parabola esistenziale di Mastronardi ruota, come noto, intorno a personaggi, abitudini, luoghi che nutrono anche le sue pagine scritte: la scuola, il paese, le fabbriche, il dovere; i dané che precipitano chi li fa in un benessere ottuso e avido. Ma è anche, come intuibile, parabola del disagio di vivere di chi non riesce ad allinearsi a un’ottica data, convenzionale: si tratti del modus pensandi del maestro di scuola pubblica, stipendiato modestamente ma “garantito”, o di quello dell’artigiano che si mette in proprio e fa fortuna faticando come un somaro. Il tutto contratto in un orizzonte privo (o quasi) di linee di fuga (e, senza retorica, di luce). Continua a leggere “Per Mastronardi”

"Da una soglia infinita", di Giovanni Giudici

 Carlo Di Alesio

Scendevi da una soglia infinita
I secoli che attraversando
Da tanto avaro averti insisti in vita

I.     Fantasma squisitamente femminile – Ewigweibliche che dal nulla affiora e del nulla si nutre («sublime nulla in te, mia lingua triste / da sempre amato»), tenera madre sconosciuta e amante severa, Euridice e Creusa e Minne e Dama non cercata – la Poesia, attraversando i secoli («specie d’una lingua non più lingua / scavata su dai secoli del cuore», si legge in Fortezza), discende a Giudici da una soglia infinita, simile alla Emma – Akt auf einer Treppe di G. Richter riprodotta nella sovracopertina di Addio, proibito piangere: come osserva felicemente Simona Morando «l’immaginare Emma […] scendere luminosa e nuda […] una scalinata proveniente dal buio, è come immaginare, anzi concretamente vedere, la prosopopea più reale della Poesia, della Lingua della Poesia che si rivela ad un ‘castissimo Giuseppe’ desiderante i suoi desideri».[1] E da uno dei testi più significativi ed alti qui inclusi, dove una simile immagine traspare, deriva il titolo della presente raccolta.
Il fatto che sulle poesie prevalgano, quantitativamente, le «prove», non significa che si sia voluto – connivente l’autore – raschiare il fondo del barile, svuotare i cassetti. Gli amici promotori di questo omaggio al poeta per i suoi ottant’anni hanno inteso, piuttosto, sia dare conto della fase più recente della attività di Giudici, testimoniata da componimenti finora non raccolti in volume e da traduzioni difficilmente reperibili, sia offrire a lettori e studiosi testi che, pur non compresi nei libri apparsi finora, soprattutto per ragioni, diciamo, di struttura, oppure non licenziati come definitivamente compiuti, appaiono comunque come notevoli «prove del teatro», altrettanto degne di quelle formanti il volume omonimo del 1989, e attingono talvolta risultati di valore assoluto (“prove”, del resto, si licet, sono a loro modo anche i frammenti delle foscoliane Grazie o il Natale del 1833 del Manzoni, cui non proprio poco devono le immagini dei rispettivi autori).
Lungo il ventennio compreso all’incirca fra Lume dei tuoi misteri Continua a leggere “"Da una soglia infinita", di Giovanni Giudici”

Blaterare sagacemente: un itinerario attraverso il "Faldone"

Andrea Inglese

[il testo, già apparso su “Nazione indiana“, è la postfazione a Vincenzo Ostuni, Faldone zero-venti, Edizioni Ponte Sisto, Roma 2012 (N.d.R.)]

Vincenzo Ostuni si nutre di varie e ben assimilate eredità del nostro Novecento. In questo, come in altri casi, risulta quindi poco utile un inventario, redatto con lente filologica, delle varie influenze in gioco nella sua scrittura. Mi sembra, però, che dei maestri di cui si trova traccia nel suo Faldone, uno almeno meriti una particolare menzione. Alludo a Edoardo Sanguineti, di cui il Faldone sembra aver elaborato alcuni tratti della potente macchina versificatoria. Dico subito che il riferimento all’opera di Sanguineti ha, comunque, un valore fondamentalmente contrastivo, permette cioè di misurare tutta la peculiarità dell’opera di Ostuni. Se da un lato, infatti, Ostuni mostra di aver acquisito pienamente la lezione di Sanguineti, piegandola alle proprie e più diverse esigenze espressive, dall’altro mostra di perseguire i suoi obiettivi con un oltranzismo che rivela possibilità non ancora esplorate in quel tipo di esperienza novecentesca. Continua a leggere “Blaterare sagacemente: un itinerario attraverso il "Faldone"”

Recensione a Alessandra Carnaroli, "Femminimondo. Cronache di strade, scalini e verande" (Polìmata, 2011)

Cecilia Bello Minciacchi

In Postkarten, nel pieno degli anni Settanta, Sanguineti inseriva una ricetta «per preparare una poesia». La ricetta, la “cartolina” 49, è famosissima: «per preparare una poesia, si prende “un piccolo fatto vero” (possibilmente / fresco di giornata): c’è una ricetta simile in Stendhal, lo so, ma infine / ha un suo sapore assai diverso […] / conviene curare / spazio e tempo: una data precisa, un luogo scrupolosamente definito, sono gli ingredienti più desiderabili, nel caso (item per i personaggi, da designarsi rispettando l’anagrafe: /da identificarsi mediante tratti obiettivamente riconoscibili)». Con la consueta ironia, che era il suo modo di trattare il tragico, Sanguineti puntava ad ottenere «una pietanza gustosamente commestibile, una specialità / verificabile», passando per uno stile Gramsci (quello dei Quaderni e delle Lettere) reso piccante con qualche spezia della cucina di Marx, e intendendo «verificabile» nel senso che la parola può avere nell’Arbeitsjournal di Brecht. Nei nostri anni Duemila, Alessandra Carnaroli, che non possiamo riferire al magistero di Sanguineti, per scrivere una poesia prende, anche lei, «un piccolo fatto vero», ma il risultato non è per niente «gustosamente commestibile». Al limite è – sinistramente, dolorosamente – «verificabile». I testi del suo Femminimondo sono durissimi, indigesti sempre, difficilmente fronteggiabili nell’orrore che dicono e nel tono, nell’andamento ritmico e nelle armoniche delle singole voci che quel dolore incarnano. Continua a leggere “Recensione a Alessandra Carnaroli, "Femminimondo. Cronache di strade, scalini e verande" (Polìmata, 2011)”

Il mostro irriducibile di Andrea Inglese in "Commiato da Andromeda"

Vincenzo Frungillo

La casa editrice di Livorno Valigie Rosse ha pubblicato, in occasione del Premio Ciampi 2011, il testo Il commiato da Andromeda, un estratto del primo capitolo del romanzo di Andrea Inglese. Sfogliando le pagine del libretto ci troviamo di fronte ad una prosa poetica che si alterna ad inserti lirici. Ritornano quindi le scelte stilistiche e gli esperimenti formali che Inglese ha sperimentato in Prosa in prosa e in Quando Kubrick inventò la fantascienza. Accomuna gli ultimi lavori di Inglese anche la scelta di immagini come prima fonte d’ispirazione; se nel libro su Kubrick le immagini sono quelle del film 2001. Odissea nello spazio, ne Il commiato da Andromeda l’immagine chiave è data da un quadro di Piero di Cosimo, La liberazione di Andromeda. Il dipinto, riprodotto in formato poster, campeggia dietro la porta del bagno dell’abitazione parigina dei due amanti, protagonisti del romanzo. Il pretesto in questione è il mito, raffigurato dal pittore, che racconta le vicende di Perseo impegnato nella liberazione dell’amata Andromeda. La donna al centro del dipinto sta per essere divorata da un mostro marino, Perseo è sul punto di colpire il mostro con la sua spada; ma  Andromeda non sarà salvata e il mostro diventerà il vero protagonista del libro. Se etimologicamente mostrum è ciò che si mostra o “ciò che si vede”, per citare un altro titolo di Andrea Inglese, al centro del quadro di Piero di Cosimo c’è lo stesso occhio della conoscenza. Continua a leggere “Il mostro irriducibile di Andrea Inglese in "Commiato da Andromeda"”

I profili dell'ombra

Postfazione a Marco Giovenale, La casa esposta, «Fuori Formato», Le Lettere, Firenze 2007

Cecilia Bello Minciacchi 

fondendosi la
visione di uno strazio con uno strazio
tutto si rifà,

e da capo e di nuovo

Amelia Rosselli

Sfaldamento, dissipazione, ingresso inesorabile nell’ombra. L’esposizione della casa procede verso la spietata chiarezza di un fatale destino di perdita e sgretolamento, di una mancanza tanto più tremenda quanto meglio si avverte, o si preavverte, già nel suo principiare e nel suo progressivo farsi. Farsi perdita e sottrazione, farsi concreto vuoto, cavità enigmatica della mancanza, spossessamento di terra e casa. Qui si patisce – e ogni scatto fotografico, ogni poesia è prova esatta, segno di quel patire – il coatto abbandono di luoghi e oggetti amati. Una coazione che vale allegoricamente in senso ampio, condiviso: fatalmente vera, dunque, e comunemente esperibile. Ogni esistenza è percorsa da una lunga teoria di abbandoni; le spoliazioni di beni, luoghi, legami e identità sono figure, anticipazioni feroci della privazione assoluta, l’ultima di ogni vita: «Dove sta cenere cenere». Tutti gli uomini, come è qui detto di un gruppo di visitatori di un chiostro, sono «carbonio, coeso». Corpi e cose decadono e si ossidano: «La casa una più lenta ossidazione / dovuta all’acqua». Ogni elemento, vivo o morto che sia, è soggetto a consumazione, a dissolvimento; il processo di de-composizione è vero, parimenti, in vita e in morte, come dice un distico lapidario, gnomico, a cui, proprio nell’assenza di soggetto identificabile, viene affidata l’espressione laconica della universale deperibilità: «Se è vivo si guasta // Se è morto, muore di più». Continua a leggere “I profili dell'ombra”

Abbandono e abbondanza. Les revenants e la ruggine

Uno sguardo su (e a partire da) Ruggine di Marilena Renda
(Edizioni Dot.com Press – Le Voci della Luna – 2012 )

Enzo Campi

Per sviluppare un pensiero cognitivo su quest’opera bisognerebbe mettersi in linea con l’autrice: giustapporre crepe a crepe, insinuarsi nelle fenditure, ri-configurare «nomi propri» e attitudini, veicolare un’apparente pacatezza espositiva che, a ben guardare, preserva in nuce un urlo rabbioso, quasi selvaggio, quello che l’autrice definisce, a più riprese, un “ruggito”, insomma e in poche parole compiere un gesto aggiuntivo che possa affiancarsi al gesto originario. Tutto ciò, naturalmente, non è quasi mai possibile. Accade raramente che una lettura critica possa donare a un’opera un vero valore aggiunto.
Concedetemi quindi l’opportunità di tracciare un percorso su cui condurre strappi e forzature, impressioni e prosecuzioni, un percorso che non aspira al raggiungimento di una meta ben precisa e delineata, ma che cerca – non sempre lucidamente – da un lato la reiterazione del «viaggio» compiuto dall’autrice, e dall’altro lato di restituire quella sorta di “realtà sospesa” che è propria del luogo cui ci si riferisce (Gibellina).
Così come spesso accade, bisogna partire dalla fine, dalla poesia che chiude il poema

Perché le cose scompaiono, e non c’è strada
per trattenerle ancora un minuto sulla linea
del cielo presente. E questo fu imparato sulla via
delle rovine, nella direttrice imbastita dalla madre
il primo giorno che disse una parola e la terra

diventò un raschio di gomiti mai sollevati
dal suolo, un modo di consolare i fantasmi
che stridono i denti, che smettano alla fine
di ruggire attorno ai piedi di chi
cammina la terra che non trema. Continua a leggere “Abbandono e abbondanza. Les revenants e la ruggine”