Mese: novembre 2011

Recensione a Laura Pugno, "La mente paesaggio", Giulio Perrone Editore, 2010

Daniele Claudi

Poco prima del finale – a pagina 88 de La mente paesaggio – si staglia l’immagine definitiva di una foresta. È l’approdo a un’‘oasi’ marina. D’improvviso: appare un’isola che si raggiunge varcando una porta di casa… «la spiaggia circonda il bosco / in un cerchio / non puoi passare se non dal mare // e il mare si ripete, / lo specchio ripete / superficie / ti dice // adesso mondo, // ti quieta in sonno / tu-isola / coperta di bosco». Nell’ombra della foresta – lo sappiamo – c’è solitudine estrema e riparo. Si tratta, inoltre, di un’isola. Alberi e piante, col suolo del bosco naturale, qui rappresentano gli spazi irregolari del mondo marginale. (È un rifugio: contrapposto – nel sistema di valori degli uomini dell’Occidente – al luogo organizzato della città.) Il modello di figurazioni di questo tipo, è inutile dire, ha radice lontana. Si origina anzitutto con l’ambiente desertico figurato nella Bibbia in connessione al fenomeno religioso. Come a dire che viene dall’Oriente. In un bel saggio di Jacques Le Goff, Il deserto-foresta nell’Occidente medievale, leggiamo che «Nel cristianesimo medievale, l’ideologia del deserto si presentò in una forma inedita: [in assenza di grandi distese aride nel mondo temperato] il deserto fu la foresta». Più estrema, oggi, questa radiosa figura uscita dalla penna di Laura Pugno, dove l’ingresso nel bosco – come vedremo – conduce dritto a una fusione col paesaggio. Continua a leggere “Recensione a Laura Pugno, "La mente paesaggio", Giulio Perrone Editore, 2010”

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Parlare è frammenti. Recensione a L. L. Tostevin, 'sofia (Empiria, 2006)

Marco Giovenale

Lola Lemire Tostevin è autrice canadese nata da genitori francofoni a Timmins, piccola città mineraria in Ontario; vive da anni a Toronto. Inizialmente autrice bilingue, ha poi quasi del tutto optato per l’inglese, sempre però immaginando i due sistemi di segni in dialogo, e così le culture.

L’epigrafe che ha scelto per introdurre il suo libro di versi ’sofia (testo a fronte; traduzione e cura di A.Goldoni, edizioni Empiria) viene da Hilda Doolittle: “lei ha un libro in mano / ma non è il tomo / dell’antica sapienza”. Ironia e coscienza prendono campo così fin dall’inizio, in una dichiarazione affidata a un gesto (un libro in mano) intrinsecamente antiautoritario (non contiene sapienza), in cui si sposano conoscenza e privazione. Lo dice una delle prime poesie, dove compare l’immagina di una “donna / che è cieca perché ha gli occhi colmi di vista”. Ma se in lei il carattere di una scrittura femminile non è vincolo o destino, è certo un segno fortemente connotante – che dà forma alla pagina.

Non è possibile parlare di scrittura di ricerca a proposito di queste poesie, e non a caso l’autrice tende a rifiutare tale definizione. È però sbagliato ricondurle senz’altro a un dettato lirico. Spesso anzi accade che nella stessa pagina o in un rapido giro di versi si uniscano un modo e tono fortemente e ambiguamente lirico se non romantico (“finché si fanno pallide le stelle del crepuscolo”) e una netta ferocia lessicale, una volontà di espressionismo (“raschi alla gola / odore di piscio di cane ai miei piedi”). In tema di ricerca si può dire che alcune eco – specie in incipit – rimandano ad avvii celeberrimi di D.Thomas; ma l’impronta della Tostevin è di fatto speculativa: usa le immagini, le invera, non ne fa il carattere fondante e finale del testo. Semmai un’impostazione e intonazione tra oriente e classicità greca (fitti fin dal titolo i riferimenti filosofici) prende possesso del libro. Continua a leggere “Parlare è frammenti. Recensione a L. L. Tostevin, 'sofia (Empiria, 2006)”

Tre speculazioni

Giulio Marzaioli

La speculazione filosofica (una speculazione filosofica) è presupposto di gran parte dei percorsi avviati in ambito artistico e letterario. Se però stringiamo il campo alla scrittura – in versi o per frammenti – possiamo individuare alcune esperienze in cui scrittura creativa e speculazione filosofica sono sintetizzate in unica soluzione, quasi che l’una non possa trovare origine se non nell’altra.
È facile individuare il modello moderno di questa prassi in autori come Hölderlin, Leopardi (in particolare il Leopardi de La ginestra), Eliot (in particolare l’Eliot dei Quattro quartetti), Montale, in cui possiamo riconoscere una presenza predominante del logos, che si svolge nei ritmi e nei modi della scrittura poetica.
Un atteggiamento similare può essere riconosciuto anche in alcune scritture italiane contemporanee (sarà superfluo ricordare che, nel secolo scorso, numerosi autori hanno ampiamente e diversamente “soggiornato” sul terreno della filosofia: Luzi, Pasolini, Caproni, Zanzotto, Sanguineti, etc.).
L’interesse, in questa sede, si incentra su alcuni autori che negli ultimi anni hanno attraversato e affrontato il tema della quotidianità (del rapporto tra identità e tempo quotodiano, con tutte le distorsioni che ne possono derivare) in una sorta di “assetto” speculativo e che, proprio grazie alla presenza della speculazione, hanno offerto ed offrono argomenti alla scrittura.
In particolare, per quanto riguarda i testi qui trascritti – di Biagio Cepollaro, Vincenzo Ostuni e Gherardo Bortolotti – si ha l’impressione che in assenza di un’istanza puramente speculativa non si avrebbe scrittura. Continua a leggere “Tre speculazioni”

"Novembre" di Cipriano, una ricorrenza

Francesco Filia

Leggo con ritardo il poema di Domenico Cipriano, Novembre – Transeuropa (2010), opera ispirata dal terremoto che sconvolse l’Irpinia e altre zone del sud Italia il 23 novembre del 1980. Questi appunti non vogliono essere una recensione, già altri prima di me hanno recensito egregiamente questo libro e poi sarei fuori tempo massimo visto che la pubblicazione è avvenuta un anno fa, ma le mie vogliono essere le annotazioni di suggestioni che le poesie hanno suscitato in me, anch’io bambino, come l’autore, all’epoca del sisma che si avvertì potentemente anche nella città di Napoli dove vivo.

Dirò subito che questo è un libro che molti di noi “attendevano”, un libro che restituisse il senso di quell’evento a noi che lo subimmo da bambini. E proprio la cifra dell’infanzia mi sembra la chiave d’accesso privilegiata a questi testi. Il terremoto del novembre del 1980 – oltre a essere stato l’evento che ha sconvolto intere popolazioni del sud lasciando su di loro ferite ancora aperte e da questo punto di vista l’opera di Cipriano è epica perché “dice” il sentire di un popolo – è stato per un’intera generazione, che all’epoca era bambina o appena adolescente, un evento paradigmatico, uno spartiacque assoluto tra un prima di tranquilla bambagia familiare e un dopo che non sarebbe stato più lo stesso “stasera ceniamo con la morte, così ogni notte/ ci riuniamo e guardiamo le pietre ancora scosse/ la terra senza volto arresa”. Continua a leggere “"Novembre" di Cipriano, una ricorrenza”

Recensione a "Novembre" di Domenico Cipriano, Transeuropa, 2010

Vincenzo Frungillo

Domenico Cipriano, già autore del libro di versi Il continente perso, ci consegna con il suo nuovo lavoro un poemetto toccante che ha per soggetto il terremoto che devastò l’Irpinia, e non solo, nel 1980. Il poemetto s’intitola Novembre ed è uscito alla fine del 2010 per la casa editrice Transeuropa. Il testo ha una struttura interna meditata che asseconda una numerologia carica di senso, è  lo stesso autore  che ci dà i parametri per decifrarla: «23 poesie come la data del sisma, tutte composte da “stanze” di 7 versi (poesie eptastiche) e un prologo di 34: l’ora serale che spaccò l’Italia: 7,34. Ciò accadde un novembre lontano ma sempre presente, da cui il titolo e l’introduzione di II versi (il numero corrispondente al mese di novembre)». Il libro di Cipriano segue altri due scritti che hanno avuto per soggetto catastrofici terremoti che hanno segnato il nostro Paese, ricordo i versi di Jolanda Insana di Frammenti di un oratorio. Nel centenario del terremoto di Messina e il poemetto di Marilena Renda Ruggine sul terremoto del Belice del 1968. Contrariamente alle due opere sopra citate, che sono operazioni di ricostruzione della memoria, in Novembre abbiamo però la messa su foglio dell’esperienza traumatica vissuta direttamente dal poeta. Cipriano infatti nel 1980 aveva appena dieci anni e il testo con la sua sequenza numerica e simbolica ci ricorda l’analogia tra il trauma della terra e quella dell’anima, la spaccatura profonda che ferisce entrambi. La poesia allora non può che essere ferita e cura allo stesso tempo. Continua a leggere “Recensione a "Novembre" di Domenico Cipriano, Transeuropa, 2010”

"Hilarotragoedia" o la letteratura come personaggio

Philippe Di Meo

 

« C’è una grande virtù nel Se »

Come vi piace, Atto V, Scena IV,

W. Shakespeare

Oggetto letterario di un genere nuovo, difficile da identificare, Hilarotragoedia[1] esce nel 1964 presso l’editore Feltrinelli. Il manoscritto è costituito da quattro versioni successive redatte tra il dicembre del ‘60 e il 19 gennaio del ‘61[2]. Giorgio Manganelli ha quarantadue anni e, pur non essendo uno scrittore precoce, è certo che i suoi testi si sono nutriti di svariate ed immense letture. Conosciuto per i suoi saggi[3], le sue traduzioni e i suoi punti di vista caratterizzati da una rara originalità, egli ha esercitato un’influenza notevole sulla società letteraria italiana, anche prima di iniziare a pubblicare. Tutti coloro che l’hanno frequentato da giovane, o meno giovane, ricordano che per lui la letteratura costituiva non solo il suo unico argomento di conversazione, ma una vera e propria passione esclusiva. Continua a leggere “"Hilarotragoedia" o la letteratura come personaggio”

Recensione a Marco Giovenale, "Storia dei minuti", Transeuropa 2010

Daniele Claudi

A guardia del nuovo libro – una raccoltina da leggere e rileggere felicemente – Marco Giovenale ha sistemato una delle sue poesie più mature. Davvero, in assoluto, una delle più belle. E così, sulla soglia del libro, questa poesia addita – è da supporre – una svolta: la (piena) maturità dello stile di Giovenale. A prima vista, l’eleganza compiuta della punteggiatura, con pause ben dosate, l’intonazione ferma e il respiro delle inarcature, il motore a lento giro del ritmo che aggancia la sintassi (mobilissima) sono altrettanti indizi di una nuova stagione. E si ascolti la melodia ‘vetrosa’ del testo, dove il tema dello «scasamento», a cui l’autore ha intitolato La casa esposta del 2007, ritorna come tema scopertamente d’autore. «Poi l’ultimo è stato cruciale, / l’ultimo compratore – fa. Per chiarire / sapere la prima volta / (in mezzo secolo, di teatro) / quali fossero i confini della casa, / effettivi, della proprietà, tenuta, lasciandola / si è potuta vedere: intera (altrui). Esattezza, poi / testarda, senza oggetti / nei colori solo millimetrati: / i detriti, il tetro / puro dei dati». Ad apertura del volume si entra d’improvviso, in medias res, nella Storia dei minuti. Continua a leggere “Recensione a Marco Giovenale, "Storia dei minuti", Transeuropa 2010”

Andrea Raos. Un lirismo geneticamente modificato

Andrea Inglese

 La figura di Andrea Raos, classe 1968, è una delle più difficilmente definibili nel panorama poetico italiano. Esordisce nel 1996 con la raccolta Discendere il fiume calmo, che parrebbe situarsi in una zona intermedia tra l’affermazione distaccata, ironica, della norma, propria delle correnti neometriche, e una esigenza di rinnovare il paradigma lirico, non negandogli una dimensione veritativa. Nel corso del tempo, però, emerge un’attitudine di spregiudicata sperimentazione, che investe forme e metri delle tradizione per innovarli, deformarli, e non di rado stravolgerli. Questo è ciò che accade in Aspettami, dice del 2003, e in modo radicale e definitivo nel libro ancora parzialmente inedito Lettere nere. Un’autografia. Lettere nere è un libro anticipatore, non solo perché riunisce in una stessa architettura testuale brani in versi e in prosa, ma perché insiste nel salvaguardare una sorta di canto, contaminandolo con una quantità di materiali eterogenei, antilirici, saggistici, narrativi. L’estremo ripiegarsi su di sé, sul proprio idioma oscuro, della voce lirica, che sonda in continuazione un terreno di prossimità, incandescente e autobiografico, si fa nello stesso tempo strumento di captazione di una quantità di elementi provenienti dal mondo, da universi artistici, storici e culturali più disparati (dai videogiochi elettronici ai fumetti, dai film di fantascienza alla musica jazz e colta). Continua a leggere “Andrea Raos. Un lirismo geneticamente modificato”

L'ironia linguistica di Michele Zaffarano

Andrea Inglese

 

Fin dal suo primo libro apparso nel 2007, E l’amore fiorirà splendidamente ovunque, l’ironia costituisce l’orizzonte fondamentale all’interno del quale si muove l’invenzione poetica di Michele Zaffarano. Questa ironia solo in parte può essere considerata di derivazione romantica. Essa, infatti, afferma una condizione di non-appartenenza nei confronti delle identità socialmente disponibili e delle espressioni storiche offerte dalla propria cultura. Ma in Zaffarano tale condizione non presume l’inadeguatezza del soggetto finito di fronte a una realtà ontologicamente superiore, come l’infinito dei romantici. Lo scollamento tra individuo e comunità, tra individuo e mondo, avviene innanzitutto all’interno del linguaggio. Ciò non dipende però dalla difficoltà di esprimere una supposta esperienza interiore e autentica, che le parole della tribù finirebbero per tradire o deformare. Ogni individuo non ha che le parole degli altri per parlare di sé; il mondo che incontra è un immenso serbatoio di frasi fatte ed ogni tentativo di edificare un linguaggio più puro e autentico non fa che ampliare questo serbatoio. L’ironia di Zaffarano è di natura linguistica, in quanto è l’infinità degli enunciati possibili a rendere vana in partenza la ricerca di un’espressione di sé attraverso la parola. L’armamentario retorico e lessicale della lingua poetica non delimita che un piccola zona nell’universo in espansione degli enunciati sociali. Per questo motivo la sua prima mossa consiste nel rompere ogni residua partizione tra la lingua poetica e la lingua ordinaria. Continua a leggere “L'ironia linguistica di Michele Zaffarano”

La prosa seriale di Gherardo Bortolotti

Andrea Inglese

È difficile dire se i testi di Gherardo Bortolotti debbano essere catalogati nel genere poesia. Non credo che questo sia neppure un problema sentito come particolarmente rilevante per il loro autore. È indubbio, però, che questi testi interroghino in modo radicale la scrittura poetica, mostrando ad essa un campo di possibilità ancora pochissimo esplorate. In Italia esiste una tradizione della poesia in prosa, anche se si tratta di un filone minoritario, che ha i suoi maestri non tanto in attardati continuatori della cosiddetta “prosa lirica”, ma in autori importanti quali Camillo Sbarbaro, attivo fin dai primi decenni del secolo scorso, o Giampiero Neri, per citare uno dei poeti in prosa più recenti. Ma Bortolotti sembra difficile da ricondurre anche a questa tradizione, quasi che la lontananza rispetto a modi e vocabolari del genere poetico sia ormai tale, da annunciare una sorta di genere ulteriore o di confine, ancora da definire nei sui tratti caratteristici. Diciamo subito che non vi è nessun compiacimento postmoderno né iperletterario, tale da esaurirsi in una semplice ibridazione o parodia dei generi esistenti. D’altra parte è impossibile collocare Bortolotti nel campo della semplice narrativa, sia essa incentrata sul racconto breve o sul romanzo. Anzi, per certi versi il  lavoro di Bortolotti si caratterizza per essere anti-narrativa, per dimostrare come ogni forma di narrazione sia presuntuosa di fronte a quella collezione di istanti irrelati di cui sono costituiti le nostre vite o rispetto a certi scenari che, all’opposto, rinviano alla monotonia del fotogramma bloccato. Continua a leggere “La prosa seriale di Gherardo Bortolotti”

Strange fruit – "Adage Adagio" di David Nettleingham e Christopher Hobday (Polìmata, 2011)

Federico Federici

 

Scritto nell’arco di un anno, Adage Adagio, uscito originariamente in Inghilterra nel 2009 per The Conversation Paperpress, è un dialogo in versi tra due poeti di formazione diversa: David Nettleingham, ricercatore e insegnate di sociologia presso l’Università del Kent e Christopher Hobday, specializzatosi in Letteratura inglese e americana presso la stessa Università in Canterbury.
L’ispirazione per questo lavoro nasce dall’infittirsi delle discussioni tra i due autori sull’origine del vivere sociale, su quel nature versus nurture che separa la “naturalità” dalle sue elaborazioni o trasposizioni nella “società” degli uomini. Adage Adagio esprime il serrato confronto tra due posizioni distinte che tentano a ogni verso di misurare la propria distanza, di spiegare o confutare le rispettive ragioni. L’intera raccolta funziona sull’espediente dialettico di antitesi e tesi nel tentativo di risolvere la contrapposizione di fondo: da un lato Nettleingham, convinto di una matrice essenzialmente sociale dell’uomo, dall’altro Hobday, che non separa mai completamente i contesti da un a priori naturale, quasi una predisposizione genetica al libero arbitrio. Le due prospettive convergono su ciò che Nettleingham chiama “memoria” e Hobday “ereditarietà”, qualità innate o espressioni di una volontà che rendono però ogni individuo parte di qualcosa di radicale. Con una metafora, si potrebbe dire che ogni foglia è tale secondo la propria specie, ma vive solo se sono vive le radici dell’albero cui appartiene.
La dicitura “Appunti I-X” del sottotitolo non sia fraintesa. Non si tratta di un archivio provvisorio che rimanda a un’analisi e un’interpretazione (anche poetica) successive. La prima stesura costituisce solo lo strato più profondo, quello su cui si sono accumulati i dati veri e propri. Ne sono però rimasti sparsi affioramenti che costituiscono passaggi di un realismo tanto più crudo e vivo quanto più isolato all’interno di un’elaborazione anche complessa e raffinata.
Il linguaggio attraversa verticalmente tutti i piani della raccolta, Continua a leggere “Strange fruit – "Adage Adagio" di David Nettleingham e Christopher Hobday (Polìmata, 2011)”