Mese: marzo 2011

Sulla poesia di Guido Mazzoni

Pierluigi Pellini

Critico di poesia e teorico dei generi letterari, Guido Mazzoni ha scritto due saggi importanti: Forma e solitudine per Marcos y Marcos nel 2002, Sulla poesia moderna per Il Mulino nel 2005. Che fosse anche poeta, lo sapevano i lettori delle riviste (qualche suo verso è uscito, fra il 1990 e il 2005, su «Paragone», «Poesia», «Versodove», «Trame» e «Nuovi Argomenti»); e quelli dei benemeriti «Quaderni italiani» di «Poesia contemporanea» curati da Franco Buffoni (un manipolo di suoi testi è accolto nel terzo, del 1992; da qualche mese è invece in libreria il decimo, edito da Marcos y Marcos: dove si segnala la vena a tratti poco controllata, ma ricca, di Francesca Matteoni). Oggi Mazzoni, classe 1967, esordisce in volume, con I mondi, nella collana “Poesia” di Donzelli: e chi si aspettasse versi alessandrini, colti e allusivi, come quelli di troppi professori, avrà di che ricredersi. Anche se le poesie dei Mondi, datate 1997-2007, sono contemporanee alla gestazione del libro Sulla poesia moderna e alla riscrittura dei saggi confluiti in Forma e solitudine, Mazzoni non è critico-poeta. Semmai, è poeta-critico (e filosofo): al punto che il libro di versi vale a illuminare le scelte – e magari qualche apodittico irrigidimento – dei volumi teorici, più spesso che viceversa. Continua a leggere “Sulla poesia di Guido Mazzoni”

Impurità

Italo Testa

I pedoni si riprendono, stringono i denti, non parlano ma guardano, con le mani serrate sulla bocca, alla ricerca di un appiglio. Uno dice con gli occhi: il meglio è ancora qui, il meglio è restare qui, qui si può ancora resistere al meglio, non c’è di meglio da nessuna parte.

I. Bachmann, Ein Ort für Zufälle


Flashback. Quando il coro indisciplinato delle scuole artistiche intonò all’unisono il motivo dell’arte come forma più elevata del puro consumo, l’armonia apparentemente conseguita si risolse in una maledizione. La fruizione disinteressata, purificata da ogni residuo materiale, doveva rimanere sospesa nel regno asettico di una sfera estetica incontaminata. Ma questo mondo alla rovescia, sciolto dagli ottusi legami della vita e del suo spirito di gravità, rimase preda della lettera. La pura fruizione, allora, non fu più distinguibile dal mero consumo. La contemplazione intatta dal semplice loisir. Così l’apparenza estetica, il cui brillio era una promessa di lontananza, si trovò a riflettere una realtà sin troppo vicina. E la ferialità sembrò trapassare nell’evasione del fine settimana. La luce del distacco, che il faro artistico pretendeva di proiettare sulle cose, era già lo sguardo astratto di uno spirito ormai avvinto alle catene del puro scambio. Continua a leggere “Impurità”

APRIRE LO SGUARDO. Sull'ermeneutica dell'immagine contemporanea

 Isabella Mattazzi

Che la nostra contemporaneità sia l’epoca della superiorità del visuale su qualsiasi altra forma percettiva è cosa nota. Le immagini, forme visibili del mondo, sono oggi con tutta probabilità il punto di contatto più saldo e articolato tra l’uomo e il reale. Mai come in questi ultimi decenni vedere, guardare hanno trovato maggior coincidenza con sapere. Sapere qualcosa dell’universo che ci circonda. Ma soprattutto sapere qualcosa di noi che di questo universo siamo i diretti osservatori.

Che assuma contorni da catastrofismo millenaristico alla Baudrillard o che si collochi sotto l’orizzonte di speranza dei Visual studies, la realtà, per essere tale, sembra dover fare i conti con la presenza costante di un soggetto disposto a contrattarne il dritto visivo di esistenza, riconoscendone le forme attraverso un perenne sforzo di ri-costruzione semiotica. Prima ancora di fornirci una qualche indicazione su ciò che sta là fuori, al di là del diaframma sottile della palpebra, le immagini che ci circondano sono la diretta proiezione del qua dentro della nostra rete percettiva, della nostra memoria, del nostro pensiero, del nostro modo di stare al mondo. Non c’è realtà senza immagine. Non c’è immagine senza soggetto. Continua a leggere “APRIRE LO SGUARDO. Sull'ermeneutica dell'immagine contemporanea”

Recensione a Elisa Biagini, “L’ospite” (Einaudi, 2004)

Cecilia Bello Minciacchi

«Voglio far parte d’altro non di me, / dimenticare gli angoli, le forme / staccarmi le mani / un colpo secco. / Un percorso nuovo, sa di foglie marce / mi vuole divorare, digerire: / sondo col piede e affondo, / abbandono anche i denti, cascano intorno come semi / e i capelli pesanti e lanosi. Non sono segni per trovarmi: se li mangia la terra. / Persa nel verde, diventata un tronco».

Questo testo, che ha per tema il desiderio del soggetto di partecipare ad altro, altro vegetale, ricusa la percezione geometrica dello spazio e l’acuzie dei ricordi («dimenticare gli angoli»); ricusa la potenzialità d’azione delle mani che il soggetto vuole staccarsi di netto; i cammini sono insidiosi ed hanno qualità biologica, con quelle «foglie marce» in procinto di divorare e digerire. Il rapporto tra soggetto e terreno è esplorativo: il piede affonda nella terra come nell’acqua. L’io fisico si sgretola in una dismissione di sé: i denti cascano come semi, e come semi cascano i capelli. Questi frammenti di corpo non sono tracce per ritrovare il cammino: li inghiotte la terra senza che nulla sia dato ipotizzare sulla loro fertilità; una cosa è certa: questi semi non aiuteranno i piccoli eroi delle fiabe, gli scaltri Pollicino o Hansel e Gretel, ché qui per eroi di fiabe non c’è spazio. Del fiabesco mancano non solo i personaggi e le possibili soluzioni, anche i toni: tutto è irrevocabile, l’esser «persa nel verde», diventar tronco che ha tutto della disumanizzazione e nulla della sensualità dell’esser fatta «virente» di un’antica Ermione. La compenetrazione vegetale-animale dell’io non è confortante né evocativa, forse perché pare una singolare quanto consumata digestione. La poesia «Voglio far parte d’altro non di me» è stata scritta prima del 1993, quando Elisa Biagini esordiva con Questi nodi, raccolta che l’editrice fiorentina Gazebo volle pubblicare assai «meritoriamente», come ebbe a dire più tardi Francesco Stella presentando l’autrice nel Sesto quaderno italiano curato da Buffoni. Continua a leggere “Recensione a Elisa Biagini, “L’ospite” (Einaudi, 2004)”

Non fare dell’avanguardia (un’arte da museo). Intervento per Nanni Balestrini, “Caosmogonia” (Mondadori, 2010)

Antonio Loreto

L’ultimo lavoro poetico di Balestrini esce nel febbraio del 2010 per “Lo specchio” di Mondadori, dopo essere stato anticipato sull’Almanacco 2008 e in concomitanza con l’autopsicoritratto che del novissimo appare sull’Almanacco 2009. Il fatto nel complesso ha destato meraviglia, e qualche lettore si è chiesto: può Balestrini – campione dell’avanguardia e della controcultura – passare allo Specchio?

Proprio dal principio del 2010 ci si è interrogati su questioni del genere (vedi il caso Nori, e poi Saviano, Mancuso, pur diversi tra loro e rispetto a quello qui in questione), riparlando (per voce di Andrea Cortellessa, prima degli altri) del rapporto tra lo scrittore e il contesto entro cui il lettore lo raggiunge, ribadendo l’ingenuità o la malafede di una pretesa neutralità del contesto e del mezzo. Quanto a Caosmogonia e al suo editore, è notevole l’attacco della recensione (?) di Maurizio Cucchi per “Tuttolibri”: Continua a leggere “Non fare dell’avanguardia (un’arte da museo). Intervento per Nanni Balestrini, “Caosmogonia” (Mondadori, 2010)”

Recensione a Renata Morresi, "Cuore comune" (Pequod, 2011)

Gian Maria Annovi

È raro che capiti tra le mani un libro capace di trasmettere il senso – quasi biologico – della lentezza della sua maturazione, l’attenzione necessaria al pensiero creativo. Da poco pubblicato dall’editore anconetano PeQuod, Cuore comune, la prima raccolta poetica di Renata Morresi, studiosa di letteratura angloamericana e già ben conosciuta sulla scena della nuova poesia, rappresenta uno di questi rari casi. Oltre ad essere un elegantissimo esordio, Cuore comune è costruito con intelligente precisione sin dall’attacco del primo verso, che presenta il “venire a persona” e il venire al mondo di una voce: “infine fuori   comincia chiunque.” Continua a leggere “Recensione a Renata Morresi, "Cuore comune" (Pequod, 2011)”

Recensione ad Antonio Porta, “La scomparsa del corpo” (Manni, 2010)

Cecilia Bello Minciacchi

Nella videointervista che inaugurava il convegno dedicato ad Antonio Porta dall’Università di Bologna nel maggio del 2009, ora documentato dal n. 41 del «verri», Edoardo Sanguineti, dopo aver letto una poesia di Porta che gli era cara, Aprire, ricordava che Alfredo Giuliani proprio con quel testo aveva voluto chiudere il volume dei Novissimi. Agli occhi di Sanguineti era «una straordinaria allegoria critica non priva di ironia» che Aprire chiudesse il libro da cui nel 1961 sarebbe nata una nuova scrittura, allora «ancora molto incerta, molto labile, sperimentale»: quell’«apertura» diventava «non la morale del solo Porta, ma la morale dei Novissimi». Queste parole avevano sapore quasi testamentario, commossi com’erano i toni della lettura e dell’intervista. In Aprire, testo esemplarmente costruito – notava Niva Lorenzini – su «momenti narrativi che restano senza sviluppo, a uno stato libero», sono già dominanti le dicotomie che saranno proprie della ricerca di Porta e la sua predilezione per forme sospese di narrazione. L’urgenza di dire, che in Porta è sempre carica di domande e temi basilari – in primis il binomio nascita/morte con i suoi correlativi luce/buio, apertura/chiusura, veglia/sogno – si manifesta attraverso l’accostamento di immagini dense e crude, piene di corporeità, immagini tra loro disarticolate, che non risolvono, non chiudono. Nel suo fare poesia la sperimentazione non arriva mai a una meta, anzi abbatte il concetto stesso di meta. Porta amava dire che la poesia «è un’avventura linguistica» di cui si conosce solo il punto di partenza. Continua a leggere “Recensione ad Antonio Porta, “La scomparsa del corpo” (Manni, 2010)”

Caproni, la lingua e la filosofia

Paolo Zublena

È stato detto, da molti e variamente, che Caproni non è un poeta-filosofo. Lui stesso, d’altronde, ha voluto definirsi, tra il serio e il faceto, «fautore dell’afilosofia», in quanto «il suo pensiero» non si può dire «sia / composto di idee ben chiare» (OV 827). Ora, non è ragionevole rovesciare l’asserzione satiricamente autointerpretante. Effettivamente la poesia di Caproni, quella dell’ultimo Caproni in particolare (in quanto più vicina – rispetto alle precedenti stagioni sensuali-esistenziali – a un côté di poesia pensante), configura sì un orizzonte di pensiero, ma in larga parte per mezzo di figurazioni allegoriche o di elementi pragmatici e testuali: non attraverso un lessico concettuale che esorbita fin dal principio dall’usus caproniano. Non si confanno alla nettezza della lingua del Muro della terra e delle raccolte successive i tecnicismi filosofici usati – in modo affatto diverso – da un Luzi o da uno Zanzotto. La (a)telogia negativa, la meontologia al centro delle ultime raccolte è messa in figura dalla ripetizione tematica di un esiguo lotto di allegoremi (la partenza, il ritorno, il congedo, il borgo, il bosco, la foresta, la notte, l’alba, il lucore, il gelo, l’osteria, lo sdoppiamento, la reversibilità, la caccia) la cui alternanza in un continuo giroscopio di affermazione e negazione rappresenta la vera posta in gioco teoretica. In questo senso Caproni non è un poeta-filosofo, ma è senza dubbio un poeta per filosofi, cioè incline a essere filosoficamente intepretato: l’attenzione di Giorgio Agamben è la prova più cospicua, non certamente l’unica. Continua a leggere “Caproni, la lingua e la filosofia”

Un inglese a Piacenza – Piergiorgio Bellocchio

Matteo Marchesini

La circostanza è ormai verificabile come un teorema matematico: chi è nato nell’ultimo mezzo secolo, e sia pure in un ambiente privilegiato, è cresciuto quasi sempre privo di un gusto, di un senso spontaneamente in grado di dividere almeno alla grossa, tra i prodotti della vecchia cultura umanistica, il falso dal vero, i gioielli dalla bigiotteria: cioè privo di quel gusto o senso già appartenuto a una limitata ma solida élite, che appunto cinquant’anni fa è stata spazzata via dalla mutazione genetica dell’industria culturale.

Oggi, a fine anni zero, un intellettuale quarantenne, trentenne o ventenne, se è fortunato e avvertito, può tutt’al più faticosamente apprendere a fiutare la contraffazione dei prodotti occhieggianti a quel mondo estetico-politico oramai defunto (siano essi romanzi, saggi, poemi, trattati metafisici): a riconoscere insomma, per addestramento, l’inganno nascosto in quei pacchi mediatici e universitari su cui sono stampate etichette che seguitano a definire con gli stessi termini otto-novecenteschi opere e studi ridotti a una mostruosa e dilagante parodia di massa delle Poetiche e del Pensiero.

Se è fortunato e avvertito, uno studente di lettere e filosofia può ad esempio imparare a correggere le massicce iniezioni di poststrutturalismo francese e di neoheideggerismo, di best-sellers e di delirii comparatistici che gli vengono somministrate quotidianamente nelle nostre facoltà, con un po’ di archeologia della Scuola di Francoforte e di Simone Weil, con qualche lettura di Franco Fortini, Cesare Cases o Giacomo Debenedetti. E tuttavia, siccome simili antidoti non gli permettono certo di prosciugare il mare inquinato in cui deve giocoforza nuotare giorno dopo giorno, rischierà a ogni passo di mistificare con mossa uguale e contraria anche questi maestri già lontani: di fare cioè, per intenderci, quel che negli ultimi trent’anni è stato fatto accademicamente con la figura di Walter Benjamin. Anche l’Industria Culturale, anche l’avversione per i nuovi Sacerdoti o Tecnocrati delle scienze umane possono insomma trasformarsi per lui in un orizzonte apocalittico troppo generico e fungibile, in un troppo corrivo e cristallizzato alibi di partenza. Continua a leggere “Un inglese a Piacenza – Piergiorgio Bellocchio”

Virgilio e la "nuova epica" di Antonio Moresco

Giampiero Marano

 

1. Non è raro che Moresco esprima ammirazione per la letteratura e, più in generale, per la visione del mondo degli antichi. Ancora recentemente, in un breve intervento sul caso Battisti, Moresco lamentava il tipico vizio moderno di circoscrivere l’analisi della realtà al solo particolare atomizzato, spogliato di qualsiasi relazione con l’universale: “perché è così che funziona oggi, a differenza che presso gli antichi, la macchina della verità e della definizione contingente del mondo e della sua storia” (“Il primo amore” on-line, 23 gennaio 2011; il corsivo è mio). Continua a leggere “Virgilio e la "nuova epica" di Antonio Moresco”

Recensione a Gabriel Del Sarto, "I viali" (Edizioni Atelier, 2003)

Raffaele Donnarumma

La poesia postmoderna si è mossa in Italia fra due equivoci: l’immediatezza orfica da una parte, il manierismo dall’altro. Erano i due modi opposti per rispondere a uno stesso senso di accerchiamento e di inutilità, nel presupposto che la poesia sia ormai un linguaggio residuale, sovrastato dalla comunicazione di massa. La sua sopravvivenza veniva affidata allora a un neo-romaticismo che inseguiva le folle e cercava di incontrarle nei festival o nei brevi spot di qualche talk show; o a una masochistica esibizione di inattualità, che finiva per ripetere in forme più o meno crepuscolari, ironiche e straziate il giudizio del presente: la poesia è una lingua passata e morta. Da una parte, dunque, una poesia disponibile a tutti, ma che, pretendendo di essere insieme aurorale e illuminata da un’esperienza privilegiata, doveva partire da un azzeramento dei vincoli e dei pudori modernisti; dall’altra una poesia chiusa nel proprio linguaggio separato e speciale, in una forma di resistenza parassitaria che, in fondo, si dava per già sconfitta, o almeno fantasmatica. Continua a leggere “Recensione a Gabriel Del Sarto, "I viali" (Edizioni Atelier, 2003)”

Appunti sulla poesia in prosa e/o viceversa

Marco Simonelli

Poema in prosa? Prosa poetica? Come si chiama quella roba che i poeti scrivono senza andare a capo? E perché un poeta (che in genere si avvale di unità versali per comporre un testo) prende a scrivere tutto di seguito? È poi vero che questo famigerato poème en prose sia più praticato all’estero che in Italia? Partiamo da Baudelaire col suo Le Spleen de Paris e muoviamoci verso le versificazioni futuriste più di rottura, procediamo in direzione de La Notte campaniana ed esploriamo alcune scritture del nostro ’900 oggi fra le più trascurate dai lettori come quelle di Jahier e Gatto. È questo il percorso della prima parte di un saggio di Paolo Giovannetti Dalla poesia in prosa al rap – Tradizioni e canoni metrici nella poesia italiana contemporanea uscito l’anno scorso da Interlinea. Giovannetti, oltre ad essere un ineccepibile studioso e conoscitore della poesia italiana, è un critico che ha il pregio di esprimersi con estrema e studiata chiarezza di linguaggio, pregio che lo rende accessibile anche ad un pubblico non necessariamente di studiosi o accademici. Tuttavia i suoi studi non hanno un carattere divulgativo, anzi, sono ricerche rigorose che spaziano dalla ricerca sulla tradizione della poesia italiana alle forme contemporanee e limitrofe come, nel caso di questo saggio, la canzone d’autore o il rap intesi come forma di linguaggio artistico. Giovannetti, per sparare un po’ di nomi, ha dedicato pagine a Caparezza e a Frankie HI NRG.

Dalla poesia in prosa al rap risponde ad alcune delle nostre domande iniziali. Ma noi potremmo idealmente allungare il tragitto del prose poem italiano sia esso di ispirazione lirica, con intenti narrativi, con aderenze sperimentali o semplicemente espedienti grafici. In questo caso si dovrà attraversare l’ampio territorio della neo-avanguardia e passare per molti luoghi testuali di Amelia Rosselli, Giampiero Neri e Valerio Magrelli spingendoci oltre Antonella Anedda, Gabriele Frasca, Tommaso Ottonieri e moltissimi altri per incontrare due autori nati negli anni ’70 capaci di dimostrare che questa non-forma, questo ibrido potenziale, questo “grado zero della metrica” è tutt’ora vivo e vegeto nonché praticato. Continua a leggere “Appunti sulla poesia in prosa e/o viceversa”

Recensione a Tiziano Scarpa, "Le cose fondamentali" (Einaudi, 2010)

Andrea Amerio

Leonardo Scarpa (Leo) e Silvana hanno appena messo al mondo loro figlio: Mario. Ispirato e incantato dalla paternità, invece del solito album di foto Leo decide di lasciare un quaderno che il figlio dovrà leggere compiuti i quattordici anni, quando sarà nel pieno di un’impietosa rivolta adolescenziale che il padre sembra ricordare fin troppo bene, e intende raccontare senza reticenze. “Gli adulti mentono”, spiega al Mario-che-sarà, “io invece non ti mentirò quindi ecco: queste sono le cose fondamentali che mi sono capitate: prima di tutto, e senza censure, lo sconvolgimento che ha portato nella mia vita l’essere diventato padre; poi come ho vissuto il rapporto con i miei genitori, quindi i miei amori, Silvana, Ida, Antonella, Barbara, e quello che mi è capitato con i soldi e il potere”. Insomma: “figliolo, ecco quello che tuo padre ha capito della vita”. Parafrasata così è un idea un po’ pretenziosa e Tiziano, un amico di lunga data, lo rimarca adoperando un’ironia pervasiva, gustosa, cinica, che demolisce non solo il pathos di Leo, ma la stessa forma romanzesca e l’espediente narrativo che ha generato il “quaderno di appunti” e il suo privilegiato punto di vista. Continua a leggere “Recensione a Tiziano Scarpa, "Le cose fondamentali" (Einaudi, 2010)”

Per tutto l'amore del mondo


Martin Rueff

Il miglior modo per sapere cos’è la poesia è leggere le poesie. Cosí il lettore diventa lui stesso una specie di poeta: non perché contribuisca alla poesia, ma perché si scopre soggetto alla sua energia.

L. Zukofsky

Fare posto

Ci scusiamo con Alessandro De Francesco. Scrivere una postfazione per il libro di un giovane poeta, coltivare la speranza di introdurlo alla comunità dei lettori tentando di situarlo, non significa piú, oggi, proporre uno “zerbino” dove lettori affrettati sarebbero pregati di pulire i loro piedi all’uscita (l’immagine è di Reverdy); è innanzitutto prevenire i controsensi che colpiscono la poesia e difenderla attaccando ciò che la minaccia.

In altri termini, è spazzare davanti alle nostre porte – fare posto.

Si può ormai considerare un truismo il fatto che la società della comunicazione abbia sconvolto il rapporto tra esperienza e linguaggio. La comunicazione come ideologia non è la semplice accelerazione delle tecniche di relazione ed espressione, bensí la riduzione della lingua alla sua funzione comunicativa. Peggio: la trasformazione della lingua in tecnica e di questa in merce – il rapporto con l’interno del linguaggio degli imperativi che prescrivono la sua diffusione economica. Quando l’oppresso utilizza la lingua dell’oppressore per dire i propri momenti di libertà, vi è un serio rischio di alienazione. Almeno, ciò lo si poteva dire quando la lingua dell’oppressore non aveva trionfato al punto da rendere ridicolo e illusorio il vocabolario della critica.

Se oggi è necessario ripetere queste tristi verità è per preservare la poesia da tutti i controsensi ai quali simili manipolazioni hanno finito per esporla. Non è questa la sede per proporre una diagnosi o lanciarsi in un discorso sulle cause, anche perché, dopo tutto, al fine di misurare la dimensione del disastro basta accendere la televisione, e poi viaggiare in un mondo che fa di tutto per assomigliarle.

Vogliamo invece parlare di un giovane poeta.

Tra i rischi di ciò ve n’è uno, tenace, nato proprio dall’ideologia della comunicazione: la poesia, diversamente dalla vita, sarebbe “difficile”. Continua a leggere “Per tutto l'amore del mondo”