Mese: agosto 2011

Risvolto del libro “1,6,7”, di Giuliano Mesa (La camera verde, 2007)

marco giovenale

 

l’architettura di 1, 6, 7 è – in qualche modo – a ponti aggettanti : un primo testo si proietta sulla sequenza di sei, il cui settimo brano è anche l’intera serie conclusiva (di sette poesie). questo, per due volte. il libro vive tanto della propria struttura matematica (ogni numero dona e riceve necessità dal/al seguente-successivo) quanto della sua proiezione in necessità sonora, che è pienamente semantica. gli attriti sillabici sono senso.

la vicenda testuale sembra non organizzare racconto. non è così. è proprio da una noce/chiusura narrante – indice e vettore poi di mito – che tutto prende avvio: da Celan, Phlebas-Tiresia fatto muto dall’acqua, in acqua scomparso, andato, in cammino. il suo fluttuare cieco – necroglossia, luce – è il testo.

le sette e poi sette onde sequenziali del testo di Mesa portano la voce dell’indovino – la sua totale chiarezza di sguardo – a insistere su forma e nome del dolore, sul segno inflitto alla materia. riaffiorante,  gettato, spento, non spento. infine la morte è linguaggio. (qualcuno ascolta). (e, anche, decifra l’identità del naufrago).

il “taci” non è esortazione al buio ma semmai chiusura-inizio della parola iterante, non orante, semmai oracolare in quanto non si nega sguardo e testo. come ogni interrotto/riavviato necessario nastro di Beckett dètta.

 

marco giovenale

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Memoria e linguaggio in "Tadellöser & Wolff. Un romanzo borghese", di Walter Kempowski (Lavieri 2007)

Giorgio Mascitelli

 

Alcuni anni or sono quando mi capitò casualmente di suggerire a una persona addentro ai misteri dell’editoria grande il testo di uno scrittore tedesco contemporaneo, mi fu risposto che autori nuovi dalla Germania venivano presi in considerazione solo se trattavano della seconda guerra mondiale o della shoah. Tale risposta mi sembrò la più autentica espressione dell’angustia di un mondo, ma evidemente il mio interlocutore aveva ecceduto in ottimismo, in quanto il romanzo di Walter Kempowski Tadellöser & Wolff si svolge nel periodo tra il 1939 e il 1945, ma per leggerlo il lettore italiano deve rivolgersi alla benemerita collana Arno dell’editore Lavieri diretta dal germanista Domenico Pinto, che qui figura come curatore essendo l’ottima traduzione di questo impervio testo opera di Diana Politano e Francesco Vitellini.

Tadellöser & Wolff è parte di un più vasto affresco della Germania bellica e postbellica che Kempowski (1929-2007) intitolò La cronaca tedesca comprendente sei romanzi e tre volumi di carattere documentario, tuttavia il romanzo è da un punto di vista narrativo perfettamente chiuso. La vicenda, di carattere largamente autobiografico, è la storia di una famiglia borghese di Rostock ( città poi divenuta parte della Germania Orientale) durante gli anni della guerra, colta nel suo sforzo perbenistico e ignavo di salvare un’apparenza da idillio familiare durante lo svolgimento della tragedia. Continua a leggere “Memoria e linguaggio in "Tadellöser & Wolff. Un romanzo borghese", di Walter Kempowski (Lavieri 2007)”

Recensione a Carlo Bordini, "I costruttori di vulcani" (Sossella, 2010)

Marco Giovenale

Il libro di Carlo Bordini I costruttori di vulcani (Luca Sossella Editore, pp. 496) raccoglie sostanzialmente tutte le sue poesie, uscite presso vari editori dal 1975 a oggi. Lo accompagnano una bella nota di Roberto Roversi e una non meno bella prefazione di Francesco Pontorno.

Bordini non è ‘poeta a contratto’, inquadrato in un ruolo, iper-presente, sovraesposto: anzi per molti anni non ha pubblicato (quasi) nulla. Ha – inoltre, e semmai – fatto politica, da militante, fuori partito, fuori solco. E ha insegnato Storia moderna all’università; ha scritto anche prosa, come i romanzi Manuale di autodistruzione (Fazi) e Gustavo. Una malattia mentale (Avagliano), e la raccolta di frammenti Pezzi di ricambio (Empiria). Semplicemente, ha vissuto – contrastando per quanto possibile la deriva (in)civile dei tre decenni italiani ultimi. (Con la coscienza che i precedenti, di fatto, ne erano fondazione).

La poesia in incipit di Costruttori di vulcani  termina con l’ironia amara di un riferimento all’«analisi di gruppo». Segnale netto. È quasi come se Bordini ci dicesse: foto di gruppo: «…questa discesa negli abissi / profondi di se stessi / l’analisi – l’analisi di gruppo». Il volume è dunque anche una fotografia abissale degli anni tra il 1975 e il 2010, appunto: molte pagine suggeriscono o raccontano la realtà della finis Italiae, nera. Allo stesso tempo, in virtù del sale antigrazioso delle poesie, degli scatti su interni e gesti e visi, attraversiamo quegli (=questi, nostri) anni giovandoci della compagnia di una comunità fotografata – a colori – fatta di comparse e silhouettes e autori e attori e folli selvaggi della piccola metropolis capitale. Non ci lasciano soli a osservare la china. Continua a leggere “Recensione a Carlo Bordini, "I costruttori di vulcani" (Sossella, 2010)”

"Il farmaco" di Gilda Policastro, un romanzo politico

Antonio Loreto

Già nota per il suo lavoro poetico e soprattutto per quello critico, Gilda Policastro esordisce nell’arte narrativa con un libro1 che sembra astuto, che si affida alla seduttiva ambientazione ospedaliera (efficace almeno da quarant’anni, in termini di audience) e al motivo sessual-amoroso (che, tolti i sofisticati, non stanca mai), con l’apparente intenzione, non so se il risultato, di attrarre le attenzioni dei lettori meno disposti ad avvicinare l’opera letteraria in deroga a un “di cosa parla” fuori mercato. E da questo punto di vista l’editore assiste molto bene l’autrice, con un risvolto di copertina che lambisce il dominio della paraletteratura promettendo un primario dai desideri perversi (Bardamu), un’infermiera affascinante (Enza), una chat con scontata declinazione erotica, la familiarissima (abusatissima) paradittologia congelata vittime/carnefici2 (che costituisce comunque anche un invito highbrow, nascendo in Mon cœur mis à nu), e infine «ferite nascoste che forse – riporto testualmente – solo il farmaco più potente di tutti, l’amore, potrebbe curare. Se esistesse». Ci sarebbe di che tenere lontana tutta la fascia più alta di lettori, cui però fanno da specchietto cólto: il riferimento a Bardamu (che costituisce comunque anche un invito popular per il tramite del Vinicio Capossela più céliniano3); la questione tecnica dell’alternanza tra scrittura prosaica e lirica; l’annuncio di un’atmosfera cupa visionaria ossessiva (che verrà precisata come claustrofobica dai recensori4); e finalmente l’etichetta «disturbante», che infila un ramo (per la verità sterile) del discorso critico contemporaneo e allo stesso tempo, per variazione prefissale di perturbante (un’altra variazione ha prodotto «una conturbante carezza». in perfetto stile Harmony), allude all’ambito psicoanalitico del resto esibito da Policastro con epigrafe groddeckiana.

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Al gioco delle cose


Italo Testa

Come dovremmo guardare a Nel fuoco della scrittura (La camera verde, 2008), non solo al particolare rapporto che segni, simboli, grafemi, intrecciano con i supporti, la materia pittorica, ma anche e soprattutto a come tutto ciò si leghi ad un’idea di poesia?

Perché questo fuoco della scrittura deve essere guardato alla luce di quell’idea di poesia più ampia che Biagio Cepollaro invocava così nei suoi Versi nuovi (Oedipus, 2004):

perché le parole non siano ancora

solo parole

continua la poesia

continuala pure

senza parole

Anche in questo fuoco della scrittura continua la poesia. Non era la scelta del silenzio, che quei versi invocavano, ma piuttosto quella di ripensare la poesia nella chiave di un agire silenzioso che si misuri con l’istanza di novità del qui e dell’ora. Un novum che è “l’inizio di ciò che continuamente comincia”. Continua a leggere “Al gioco delle cose”