Mese: marzo 2013

Politiche del sentirsi in vita: “Tecniche di basso livello” di Gherardo Bortolotti

Paolo Zublena

C’è la rappresentazione dell’infra-ordinario al centro di Tecniche di basso livello (Lavieri, Caserta 2009) di Gherardo Bortolotti, senza dubbio uno degli oggetti letterari – tra quelli dell’ultimo decennio – destinati a suscitare un interesse più duraturo per novità sostanziale e capacità di mettere in figure il proprio tempo. Ma non si pensi di trovare in questa raccolta di brevi prose numerate in modo non progressivo – impaginate a coppie binarie – un’antropologia o una fenomenologia dell’infra-ordinario, e nemmeno un’ontologia del quotidiano: semmai una politica del sensibile.

Di una condizione politica generazionale si parla anche al livello tematico più esteriore. Ma questa rassegna dell’evenemenziale non è rappresentata – come è avvenuto in tanta letteratura recente – come una fenomenologia dell’esperienza sensibile, e prima di tutto della corporalità: bensì viene descritta nei termini di una ratio che è già ideologica: «197. Ci riunivamo di frequente attorno ai concetti di “sabato sera”, di “locale alla moda”, e ci spiegavamo gli eventi della vita sulla base di tradizioni narrative di genere, ereditate dalla programmazione televisiva, dai dipendenti delle agenzie pubblicitarie. Davamo ascolto a chi amavamo, cercavamo di capire l’altro lato delle cose, ci inoltravamo sempre più a fondo in un esterno che non aveva fine, che non potevamo consumare né con lo sguardo né con le parole» (p. 28). A essere rappresentata è appunto una politica della percezione e dell’interpretazione del reale, quindi della costruzione del discorso ideologico: «73. Mentre, al di sopra delle nostre interpretazioni incongruenti, alcune questioni economiche di larga scala rimanevano ignote alle masse, uscivamo in serate infrasettimanali, trovandoci tra amici a fare qualche punto della situazione, a collaborare nella stesura di una qualche morale. Era usuale che le nostre conversazioni si perdessero in regioni di frasi generiche, schemi ipotetici, espressioni approssimative dello stato delle cose e ripiegassero, dopo una breve pausa, verso ricordi condivisi, citazioni televisive, giudizi di gusto sulle ultime proposte dell’industria musicale e cinematografica» (p. 29). Continua a leggere “Politiche del sentirsi in vita: “Tecniche di basso livello” di Gherardo Bortolotti”

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Recensione alla ristampa di "Barcelona", di Germano Lombardi (Il Canneto, 2012)


Andrea Cortellessa

Finalmente Germano Lombardi torna un autore che si può vedere. Anche se, considerando lo stato delle nostre librerie, un po’ tocca aguzzare la vista. Se quest’opera di rara compattezza è comunque rientrata nel campo ottico, il merito è di due realtà culturali liguri (Lombardi era nato a Oneglia nel 1925): la storica rivista savonese «Resine», che nel 2010, per iniziativa di Pier Luigi Ferro, gli ha dedicato un ricco numero monografico; e la casa editrice genovese Il Canneto, che lo stesso anno ha ripubblicato un suo romanzo del ’77, Villa con prato all’inglese (se ne è occupato Luigi Weber sul numero 5 di «alfabeta2»), e dà ora alle stampe il suo primo libro, Barcelona, del climaterico ’63. Piccolo o grande contrappasso: per chi da subito – ventenne aveva preso il mare su un peschereccio sull’Atlantico – si presentò come un cosmopolita, un apolide, un déraciné.

O meglio, come si dice dalle sue parti, un «madrogne» (l’emblema d’inquietudine del mare tornerà nel suo ultimo romanzo, L’instabile Atlantico, uscito un anno dopo la morte, caduta a Parigi nel 1992). Certo la sua narrativa, come la salutò Angelo Guglielmi all’esordio, ha anzitutto il pregio di non essere «provinciale». E non tanto, ovviamente, perché l’opera prima si snodi fra Londra, Parigi, Port Bou e la città che le dà il titolo; ma perché da subito appare sintonizzata sulle coordinate del nouveau roman e, in generale, della grande sperimentazione narrativa di quegli anni. Continua a leggere “Recensione alla ristampa di "Barcelona", di Germano Lombardi (Il Canneto, 2012)”

Il foglio piegato di Adriano Spatola

Guido Guglielmi

Se c’è un poeta che ha trovato subito la sua direzione, questo è Adriano Spatola. La sua carriera comincia nel ‘61 con Le pietre e gli dei, un libro molto giovanile, ma già orientato nelle sue scelte di poetica. Del ‘65 è l’Ebreo negro, e sarà il libro di un poeta nel pieno possesso dei propri mezzi. Dell’anno precedente è L’oblò, un divertimento romanzesco di gusto surreale. Seguiranno nel ‘71 Majakovskiiiiiiiij, nel ‘75 Diversi accorgimenti (con una presentazione di Luciano Anceschi), e nell’83 La piegatura del foglio.
L’elenco è naturalmente tutt’altro che completo. Ho indicato alcuni libri significativi. E ho trascurato, fra l’altro, tutto l’aspetto extraverbale – o non semplicemente verbale – dell’attività di Spatola, della quale anche ci si dovrà occupare. Ma basti per ora ricordare il suo studio Verso la poesia totale che è del ‘69 e che, oltre a segnare una data nella riflessione sulla poesia visiva e ad avere un preciso valore di anticipazione in Italia, si presenta come il documento di un progetto di poesia. Vorrei appunto cominciare con l’idea di Spatola di poesia totale, cioè di una poesia che attraversa tutti i linguaggi, nei modi di un vivacissimo sperimentalismo visivo, al limite del linguaggio figurativo, e fonetico, al limite del linguaggio musicale. A Spatola non interessa chiudersi dentro la specificità di un’istituzione: interessa invece compiere esperimenti. Ed è questo carattere di poeta avventuroso, curioso di possibilità, sempre ai confini del proprio linguaggio, che conviene sottolineare. Spatola è un poeta in metamorfosi, un poeta dei contrari. Continua a leggere “Il foglio piegato di Adriano Spatola”

Da un Sordello all'altro

Giorgio Mascitelli

Molloy sta osservando in una vuota pianura irlandese un signore, il signor B che si allontana in direzione opposta alla città dopo l’incontro con il signor A. Molloy è accovacciato sotto una roccia vestito di grigio e si immagina che il signor B non possa notarlo.  Nel descrivere la sua posizione il vagabondo ricorre a una citazione dantesca, che suona così: Il regardait  autour de lui ( il signor B), je l’ai déjà fait remarquer, comme pour graver dans sa mémoire les carachtéristiques du chemin, et il dut voir le rocher  à l’ombre duquel j’étais tapi,  à la façon de Belacqua, ou de Sordello, je ne me rappelle plus. (1) Naturalmente nessuna sorpresa che Molloy faccia una citazione di questo genere perché un carattere costitutivo di questo personaggio è far “trapelare tracce di un’educazione superiore ormai negletta” (2) né questa sorpresa può venire dai personaggi citati: Belacqua, il liutaio fiorentino che riteneva con Aristotele che l’anima diventi più sapiente se si riposa molto, appare frequentemente nell’opera beckettiana (3), e probabilmente la sua indolenza è una proiezione di uno scetticismo beckettiano. L’elemento interessante è invece paradossalmente la confusione tra Sordello e Belacqua. Continua a leggere “Da un Sordello all'altro”

Alessandro Broggi, "Coffee-table book" (Transeuropa, 2011)

Renata Morresi

Nel 1987 il poeta-critico americano Charles Bernstein in The Sophist, in polemica con una poesia come portatile bijou, tesa ad un effetto di sollievo, mossa da volontà pedagogiche di elevazione, nonché programmaticamente incontaminata dalla storia e, ovviamente, rivolta all’universale, immaginava che i fondamentalisti dell’emozione lirica pubblicassero un manuale per regolamentare ciò che si può dire in poesia (ovvero “quello che tutti sanno […] nel modo in cui tutti l’hanno già sentito”, 35), dal titolo “Acceptable Words and Word Combinations”, così che chiunque potesse finalmente scrivere solo in permutazioni derivate da questo repertorio di parole ed espressioni poeticamente “accettabili”. Continua a leggere “Alessandro Broggi, "Coffee-table book" (Transeuropa, 2011)”

Nadia Agustoni, "Il peso di pianura" (LietoColle, 2011)

 

Renata Morresi

Che cos’è “il peso di pianura”? Nel sintagma del titolo una estensione di terreno ampia e pianeggiante sembra divenire presenza inevitabile che incombe. Qualcosa di non dominabile, di orizzontale e superiore, ma non già cielo, non ancora trascendenza, anzi, vastità tutta terrena. Nel libro diventerà (anche) allusione a un luogo geo-culturale decisivo per la storia italiana recente: quella pianura (quella Padania) tanto spesso caricata di proiezioni populiste che non hanno però saputo affrontare la questione dei suoi popoli, schiacciati nell’ottundimento da super-lavoro e dalle storiche prevaricazioni dei forti. Continua a leggere “Nadia Agustoni, "Il peso di pianura" (LietoColle, 2011)”