Mese: giugno 2013

Quattro tesi sulla crisi della poesia visiva

Italo Testa

  1. Genere poesia visiva. La poesia visiva è stata un’idea critica. Critica della separazione dei generi e dei media espressivi. Diventata un genere a sua volta, codificata come un’istituzione espressiva, è entrata in crisi, ha perso la sua forza critica, che è passata in altro: l’eredità della poesia visiva è presente ma non è della poesia visiva.
  1. Paradosso dell’arte totale. Il paradosso della poesia visiva è strettamente legato all’uso dell’idea di ‘arte totale’ nell’avanguardia. Se la funzione critica e regolativa dell’idea di arte totale – o di poesia totale – viene scambiata per una funzione costitutiva, quasi l’arte totale fosse attingibile qui ed ora, in un atto entro il quale i generi siano definitivamente superati, essa esaurisce la sua forza innovativa ed euristica, e nella migliore delle ipotesi diventa arte museale.
  1. Persistenza dei generi. La stessa idea critica del superamento dei generi, di cui si alimentava la poesia visiva, non ha avuto esito. I generi continuano ad esistere, e l’industria culturale mai come ora ha basato i suoi profitti sulla loro valorizzazione.
  1. Bella differenza. Un approccio critico, che non intenda ricadere nell’aporia dell’arte totale, deve invece puntare in direzione della trasformazione dei generi attraverso la loro ibridazione. E ciò presuppone che continuino ad esistere pratiche differenti, che si trasformano entrando in dialogo tra di loro in una bella differenza. E’ questa solidarietà tra estranei la posta in gioco oggi nel rapporto tra arti poetiche e arti visive.

Italo Testa

[già apparso in Crescita e crisi della poesia visiva. Opere, persone, parole per i CENT’ANNI DI SCRITTURA VISUALE IN ITALIA 1912-2012, a cura di Adriano Accattino e Lorena Giuranna, Mimesis, Milano-Udine, 2013, p. 216]

Draft e notille su alcune scritture di ricerca + un post scriptum

Marco Giovenale

Una serie di appunti, schematica come quella che segue, può valere non come rapporto/supporto di poetica o campitura di un’area, ma forse come sequenza – per quanto prolissa – scarabocchiata sul notes proprio velocemente, quasi frettolosamente, prima di avventurarsi nel dialogo di Poesia13. Sul tema – o  problema – della scrittura di ricerca o delle “scritture nuove” di ricerca. (E sui modi e motivi che ha la mia di ritenersi in queste inclusa).

Se di schema rapido si tratta, non ne verrà negata la natura distratta-provvisoria, niente affatto sistematica (nemmeno in quanto distratta). (Forse la regola è: essere talmente distratti da mandare a monte la regola[rità] della distrazione).

Magari di queste pagine si apprezzerà o non disdegnerà – in ordine a una qualche riduzione di disorganizzazione – il tentato raggruppamento per zone o micronuclei: 1, lettura in pubblico (esecuzione pubblica del testo); 2, tecniche o modi di costituzione del testo; 3, struttura dei testi; 4, rapporto con testi o meglio con modi e forme già noti (cioè con qualche “tradizione”).

Per altro, tutte le notille valgono per taluni autori che nominerò; e – stando a testi miei – solo per le prose che leggerò a Rieti.

Una premessa – ultima: non si intende e non si intenda l’aggettivo “nuove” come “migliori di” altre (che sarebbero “vecchie”).

 

1. In termini di lettura in pubblico

— Carattere non (necessariamente) performativo dei nuovi testi. Un’esecuzione può non essere performance. In termini concreti la delimitazione di tale “non essere” cambia di volta in volta (in ciò, alcune scritture nuove di ricerca non offrono al momento appigli definitori, riferimenti a stili noti di esecuzione di partiture: altrimenti non sarebbero nuove nel senso di inattese; o: non ancora studiate, non ampiamente studiate. È logico).

— Se “performativo” vuol dire Continua a leggere “Draft e notille su alcune scritture di ricerca + un post scriptum”

Alcuni appunti introduttivi alla serata di presentazione milanese – con interventi critici di Gherardo Bortolotti, Paolo Giovannetti e Paolo Zublena – del Faldone zero-venti di Vincenzo Ostuni (18 gennaio 2013)

Alessandro Broggi

Buona sera a tutti,

presentiamo questa sera Faldone zero-venti di Vincenzo Ostuni, edito da Ponte Sisto, seconda redazione, dopo quella uscita alcuni anni fa per Oedipus, di un vasto cantiere poetico in continua espansione e precisazione, che persegue il progetto grandioso ancorché antisistematico di una raccolta-mondo in progress difficilmente sintetizzabile, riepilogabile o dominabile. Il faldone, come spiega il risvolto del libro, è un “contenitore relativamente poroso: nuovi fogli possono esservi infilati con facilità, i fogli esistenti possono esserne sottratti, [e] l’ordine si può perdere o modificare, o può essere casualmente ristabilito”.

È dunque Continua a leggere “Alcuni appunti introduttivi alla serata di presentazione milanese – con interventi critici di Gherardo Bortolotti, Paolo Giovannetti e Paolo Zublena – del Faldone zero-venti di Vincenzo Ostuni (18 gennaio 2013)”

Nota critica informale letta in occasione della presentazione milanese della raccolta di Michele Zaffarano, Cinque testi tra cui gli alberi (più uno), Benway Series, Tielleci, Colorno, 2013, tenutasi il 14 giugno 2013 presso la Libreria Popolare di via Tadino

Alessandro Broggi

La prima cosa che mi sono chiesto, leggendo i testi di Michele Zaffarano è: di cosa scrive l’autore? Vuole davvero parlarci di alberi, fiori, libri, case, della primavera?

Queste poesie le dobbiamo leggere letteralmente? O la loro non è piuttosto una strategia retorica obliqua, indiretta? Forse ironica?

Certo, a prima vista questi testi non rappresentano allegorie (almeno non in senso tradizionale) o simboli di qualcos’altro, come invece per esempio molte poesie di Giampiero Neri, autore che si serve ugualmente di materiali di tipo saggistico – nel suo caso attingendo dall’etologia e dalla botanica – con rimandi però diretti e immediati al mondo dell’uomo (e rimanendo in ambito ancora lirico, per quanto in modo rarefatto, ma sempre con una forte istanza veritativa del soggetto, presente nel testo come osservatore se non come narratore implicitamente autobiografico). Continua a leggere “Nota critica informale letta in occasione della presentazione milanese della raccolta di Michele Zaffarano, Cinque testi tra cui gli alberi (più uno), Benway Series, Tielleci, Colorno, 2013, tenutasi il 14 giugno 2013 presso la Libreria Popolare di via Tadino”

Il quarto incluso

Marco Giovenale

Un’esperienza recente ne conferma altre: un’esperienza in una stanza d’ospedale con quattro ospiti, di cui uno più o meno lentamente scivola nella follia, nella psicosi, effettiva, nominabile, certificabile, palese: con dialoghi immaginari, o fasi di catatonia alternate ad altre di forte emotività, falsi riconoscimenti, apostrofi, monologhi, canti, frasi appena mormorate, mugugni ad alta voce.

Gli altri pazienti, e noi parenti di questi, lungo tutta la sua discesa verso il semibuio o buio franco, onoriamo con scrupolo i doveri della più cortese convivenza, nutrendo/recitando il convincimento che tutto invece prosegua (e sia) invariato. Che sia possibile parlare con lui, il folle, come se niente fosse diverso, come parleremmo tra noi.

Ogni sua frase sconnessa o sconnessione tra frasi viene recuperata nel nostro discorrere, come battuta di dialogo normato o come conferma di altri argomenti, seri, sintatticamente legittimi. Eccetera.

Cosa fa usualmente il linguaggio umano, o meglio il processo di sociazione che anche o soprattutto nel linguaggio si esprime?

Cosa socializza, il linguaggio? Cosa mette in comune? Continua a leggere “Il quarto incluso”

“Non vorrà venirmi a dire che Tiresia è Lei?”. Tiresia, narratività e tragico

Gian Luca Picconi

Le coordinate estreme della riflessione poetica di Mesa e, di conseguenza, della sua prassi artistica sono state fissate da Mesa stesso nelle righe che seguono: «ci si imbatte in una questione cruciale della letteratura occidentale: il conflitto tra volontà-desiderio di autoannullamento, o di scomparsa, o di socializzazione della creatività – di “morte dell’arte”, per così dire “guidata” […] o di implicita vocazione al “monumento”, per antonomasia statuario e statuale»(1). Poco oltre: «se nell’abbandono dell’arte (reale, non “poetizzato”, non “estetizzato”) si annida un demone teleologico, nell’accettazione del “continuare a dire” può sempre insinuarsi – ed è forse inevitabile – la sindrome (tipica soprattutto del poeta, il produttore letterario più emarginato dal mercato) da ambizione […] al monumento»(2).

Proprio all’interno di questa dialettica (senza soluzione) tra volontà di autoannullamento e vocazione al monumento si muove dunque l’intera opera dell’autore, sia nel suo complesso, sia nei suoi singoli episodi. L’opera di Mesa, e in particolare l’opera poetica(3), costituita da una serie di fondamentali “libri di poesia”(4), incorpora così sia la coscienza dell’impossibilità di un’assoluta compiutezza, sia una determinazione alla perfezione e alla compiutezza “monumentale” (detto in altri termini, a una perfetta chiusura formale). Da subito questa scissione è inquadrata da Mesa entro i confini della categoria, storica al massimo grado, di “letteratura occidentale”: così da dimostrare come una simile problematica non sia un universale ma riguardi una particolare episteme storicamente determinata, la stessa che ospita le riflessioni di Mesa. E proprio questa paradossale autoinclusione (in una sorta di prigione fatta a forma di mise-en-abyme) è la principale causa di una simile dialettica tra compiutezza e incompiutezza. È una dialettica tragica: la letteratura cui si riferisce Mesa ha senz’altro il suo culmine cronologico nell’epoca del modernismo, in cui anche Mesa problematicamente sente di situarsi; e gli autori che più volte ha indicato come canonici per il suo modernismo sono tragici, come Celan, o annullano la distinzione tra comico e tragico facendo in modo che il tragico sussuma il comico (Beckett)(5). Continua a leggere ““Non vorrà venirmi a dire che Tiresia è Lei?”. Tiresia, narratività e tragico”

L'epoca di un'epoché: Giuliano Mesa e la storia

Gian Luca Picconi

La recente pubblicazione di Poesie 1973-2008 (La Camera Verde, Roma 2010, d’ora in avanti P), volume consuntivo di quasi tutto il corpus poetico di Giuliano Mesa, induce a interrogasi su un percorso autoriale eccezionale nel panorama della poesia italiana, e a salutare con gratitudine l’iniziativa di offrire all’intelligenza dei lettori, con evidenza anche fisica, un oggetto per alcuni forse poco noto (nonostante la data ormai alta del suo esordio: il 1978)[1]: la poesia di Mesa.
Per meglio comprendere che poeta sia il Mesa di questo libro, che ne altera ovviamente la fisionomia in modo irrimediabile – e rinunciando da subito a seguire le evoluzioni del suo percorso interno –, si può trarre dalle sue riflessioni poetologiche un quadro, sintetizzabile in pochi punti, di quali principi animino il suo lavoro:
1) La scrittura poetica deve puntare alla dimensione della verità etica: tale dimensione è possibile solo in opere che si tengano giustamente equidistanti da un tipo di scrittura autotelica o eterotelica[2].
2) La verità etica si realizza attraverso un rapporto dialettico con il linguaggio del proprio tempo, in cui il vero non è diventato che un momento del falso: data la capacità di questo tempo di fagocitare ogni forma, Mesa si avvale, per (s)marcare il suo discorso, non di uno stile, ma di stili («”gli” stili di volta in volta ritenuti più consoni»[3]); la ricerca del poeta deve essere anzitutto una ricerca di forme, disincagliata tuttavia dalla ricerca del nuovo a tutti i costi[4].
3) L’arte dev’essere, nel suo rapporto antagonistico con il presente, un’arte non serena (concetto derivato da Adorno[5]). Il suo momento positivo consiste nella rimotivazione delle parole e nella costruzione di forme dialettiche vòlte alla critica del negativo, in cui la dimensione di conoscenza scaturisce (ancora Adorno) dalla sua qualità di enigma[6].
4) La lingua poetica deve pervenire a un azzeramento storico, ridisegnando la mappa del proprio passato[7]. Continua a leggere “L'epoca di un'epoché: Giuliano Mesa e la storia”

Su Rita Filomeni: "Il quarto chiodo"

Paolo Giovannetti

Nelle poesie di Rita Filomeni prende forma un personaggio, dramatis persona o maschera, che raddoppia la voce del(la) “poeta” e ne fa qualcosa di teatrale. Un’istanza enunciativa che non cantat, bensì agisce, agit, rappresenta un testo versificato in cui ogni desiderio lirico è soppresso. Dal Cristo la cui «destra» «non si trova» ai «poveri cristi» che infine «ritrovano le mani» e il cui «sangue qui è storia», le otto scene comprese fra un prologo e un epilogo-sipario esemplificano le stazioni di una foucaultiana società disciplinare aggredita a colpi di invettiva. Ospedale, carcere, manicomio, ospizio, famiglia, supermercato, e persino – se non mi sbaglio – un profilo di Facebook: le sintesi narrative, le ipotiposi polemiche, gli schizzi al (e di) vetriolo che Rita Filomeni secerne si accaniscono con figure e personaggi che – più che muoversi – si agitano, si contraggono, si dibattono grottescamente, spasticamente. Ad esempio, in tre microsequenze: «ricordano ‘n un secchio le lumache», «si trascorre fine estate d’urla ‘n urla», «come per riflesso a pavlov, saliva» ecc. Di modo che lo stesso mito prometeico, ricordato nella breve premessa autoriale e ripreso alla fine nell’immagine dell’aquila ormai «impagliata» e fattasi «specchio», dispositivo del corpo-potere – il mito di Prometeo, dico, scade al rango di una scenetta ambulatoriale in cui un medico sproloquia sentenze inutili. E anche una luna – altro simbolo “romantico”, a ben vedere – può transustanziarsi in un tozzo di pane o formaggio da dividersi in bocconi… Continua a leggere “Su Rita Filomeni: "Il quarto chiodo"”

Celati/Joyce: Ulysses in ascolto

Fabio Pedone

Si usa dire che le traduzioni «invecchiano»; il luogo comune indica che con il continuo mutare degli orizzonti culturali la ritraduzione dei classici è non solo auspicabile ma necessaria: per rimettere in circolo ciò che sembrava un possesso acclarato, consegnato all’illusoria e spesso ingessata permanenza di versioni canoniche. Tanto più problematico sarà ritradurre un libro già classico alla sua uscita come Ulysses, al contempo supremo azzardo, prototipo ed esito altissimo dell’avanguardia novecentesca. Un libro in cui la traduzione (intesa come attività incessante di decodifica mentale da parte del lettore) è la molla stessa di quel procedere a strappi, a balzi, a scoppi e sbandamenti che incarna il movimento del pensiero; e in cui ogni eco o barlume si fa immediatamente testo, suono, disegnando in progressione sulle pagine una mappa della coscienza, idolo e demonico primattore del secolo passato. La coscienza in cammino di un io-tutti divenuta linguaggio. Continua a leggere “Celati/Joyce: Ulysses in ascolto”