Mese: luglio 2011

Recensione a "Voi" di Umberto Fiori (Mondadori, 2009)

Massimo Gezzi

Il poeta che più ha condizionato la poesia lirica degli ultimi settecento anni, Francesco Petrarca, scelse di iniziare il suo canzoniere con un pronome che è anche un vocativo assoluto. Non “io” o “tu”, però, ma «Voi ch’ascoltate»: così l’io lirico si distingue immediatamente dal suo immaginario uditorio, che sarà spettatore e giudice del suo «giovenile errore». Non è che Petrarca c’entri poi tanto, con l’ultima raccolta di Umberto Fiori, intitolata proprio Voi (Mondadori, € 14). Eppure la trovata dell’ex-cantante degli Stormy Six in qualche modo nasce anche come dialogo con una tradizione e un genere che da quelle parti trovano le loro robuste e longeve radici. Il libro di Fiori si configura come un poemetto insieme coerente e imprevedibile (un canzoniere?), in cui dialogano (o monologano) due personaggi, o meglio due persone, ovvero un “io” e un “voi” che si escludono ma anche si fondano a vicenda: «Senza di voi, / io sarebbe una spinta vuota nel vuoto», scrive Fiori; oppure: «Voi siete tutti. // Meno uno, è vero». Continua a leggere “Recensione a "Voi" di Umberto Fiori (Mondadori, 2009)”

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Stase – Italie 1975-1985

[Un saggio ritrovato di Jean-Charles Vegliante, o della visione francese dei nostri anni ’80]

 Jean-Charles Vegliante

… or lui apparut je ne sais quoi de noir,

nuage ou terre ? Dans un éclair vaincu

par l’aube douce…

G. Pascoli, Le sommeil d’Odyssée

Toi qui me lis tu le savais, il n’y a pas de retour possible. Parfois, un instant, dans un éclair nous apparaît le territoire dévasté d’un autre âge ; illusion de la pensée qui croit se souvenir. Ou ce que l’on croit saisir convulsivement dans l’endormissement d’Ulysse (non sapea che nero…), vapeur déjà disparaissante. Ces pages, massacrées par l’éditeur d’un catalogue (Nice, 1985), ont bien sûr jauni, mais justement : les contours essentiels n’en apparaîtront que mieux à distance. Peut-être. J’essaie de réarpenter en tout cas cette contrée d’un temps révolu. Scriptor, je recopie.

« En ce qui concerne la poésie – ou plutôt, disons tout de suite – les poésies italiennes de la décennie 1970-1980, tout au plus pourrait-on rappeler que s’y inscrivent en creux, dans leur attente, les éditions en volumes des Poesie (Poèmes) de Pasolini et de Tutte le poesie (Poésies complètes) de Penna, 1970 : célébrations, déjà. Dans la sidération qui suivit 1968-69. En revanche, le léger déplacement des curseurs, de 75 à ’85, offre peut-être une vision plus articulée – non pas, certes, homogène – où se dessine davantage que notre propre reflet au miroir. Cela pour mettre en garde, d’emblée, contre l’image-repoussoir si souvent proposée des ‘choses italiennes’, tantôt presque annexées, tantôt brandies dans un miroir déformant, que l’on serait tenté d’oublier qu’une histoire, une culture, une langue surtout (et des langues) nous en séparent, aussi proches et différentes que le bien connu autre côté.

Dix ans, cette durée moyenne d’une ‘génération poétique’ semble pour une fois s’imposer assez naturellement, car 1975 aconstitué pour l’Italie une année charnière*. D’un point de vue très général, on y verrait passer la ligne de partage des eaux entre le dernier espoir de subversion marxiste de la société (1968 et alentours) et la résignation secouée par les bombes des années de plomb (triomphe de ce que Pasolini avait nommé « nouveau fascisme »). L’assassinat de Pasolini lui-même – c’est-à-dire, avec tout ce que les media pouvaient y injecter de douteux, mais que l’intéressé avait sciemment accepté, du Poète – va laisser sans voix d’autres ‘parlants’, peu tentés par la reprise du sort de bouc émissaire. Seul Montale, hors d’atteinte, continue de subir en marmonnant les sollicitations les plus variées (mais il n’a jamais été très loquace)… Certains avant-gardistes par exemple, proches des Novissimi et de l’ex-Gruppo ’63, vont désormais se taire ou presque. La même année, d’ailleurs, voit paraître une lecture neuve de ces expérimentations récentes, les tirant à bas de leur piédestal langagier quelque peu désincarné, en incitant à une réévaluation des plus robustes d’entre elles (Pagliarani), sous le titre révélateur de Realismo dell’avanguardia (Réalisme de l’avant-garde, W. Siti, à son corps défendant). C’est justement de réalisme occulté, ou plus exactement de réalité (des référents) qu’il s’agit, dans la sélection sévère à laquelle se livre alors Majorino sur les trente années du second après-guerre : Poesie e realtà ’45-75 (Poésies et réalité : l’ouvrage paraîtra seulement deux ans plus tard chez l’éditeur Savelli). La période des illusions nées de la Résistance et de son mythe, des ‘belle bandiere’ dont Pasolini osait ricaner, est bel et bien close. Les plus jeunes, on peut le croire, lui avaient déjà tourné le dos. Continua a leggere “Stase – Italie 1975-1985”

Due letture di "Due sequenze"


M.Giovenale, Due Letture di “Due Sequenze”http://www.scribd.com/embeds/60117240/content?start_page=1&view_mode=list&access_key=key-22b14gxvzb6riq4r9ahh(function() { var scribd = document.createElement(“script”); scribd.type = “text/javascript”; scribd.async = true; scribd.src = “http://www.scribd.com/javascripts/embed_code/inject.js”; var s = document.getElementsByTagName(“script”)[0]; s.parentNode.insertBefore(scribd, s); })();

i primi sei mesi di Punto critico


giugno 2011

maggio 2011

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febbraio 2011

gennaio 2011

 

La traversata misura la soglia. Note sulla poesia di Italo Testa

Giovanna Frene

Gli Aspri inganni è un poemetto, sapientemente costruito ad anello, che inizia con uno stato di veglia/insonnia e si conclude con uno stato di sonno/ipnosi: in mezzo si staglia, nitida nella sua ineluttabilità seppur sfuggente, la vita, rappresentata continuamente dalla triplice immagine – talmente ricorrente da creare una sorta di moto statico ed ipnotico – del nuoto, del nuotatore, dell’acqua. Quale può essere, infatti, la ricchezza, custodita dal dragone insonne (una delle possibili figure del poeta), che evidentemente compone la materia rilucente di questo libro, e che alla fine dello stesso (verrebbe da dire: alla fine della “navigazione”) dice di se stessa, mediante la prosopopea di una ninfa (che può essere comunque un’altra figura del poeta stesso), di essersi addormentata mentre ascolta lo sciabordio dell’acqua (e dunque anche a causa di questo rumore), e che prega il lettore di non essere destata dal suo sonno – se non la vita stessa, la vita vissuta, la vita passata, il perduto amore?

A chi appartiene l’acqua che il nuotatore

misura, in lente bracciate solcando

lo specchio informe di un cielo vuoto?

A chi appartiene, se nel flutto affonda

la silhouette dorata nella luce? (…) [IV]

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Due letture

Giulio Marzaioli

L’impressione (a caldo) scaturita dalla lettura delle ultime prove di Marco Giovenale è che ci troviamo in presenza di una scrittura (fredda, per definizione dello stesso autore) a due voci. Usciti di recente (settembre 2010) e quasi contestualmente, Shelter (Donzelli) e Quasi tutti (Polìmata) offrono infatti, per mano dello stesso autore, testimonianza di due diverse intenzioni. Shelter presenta al lettore un corpus di testi (scritti tra il 2003 e il 2009) che rientrano in un solco nel quale devono citarsi – oltre a La casa esposta (Le lettere) – almeno altri tre titoli, andando a ritroso nel tempo: Criterio dei vetri (Oedipus), Il segno meno (Manni), Curvature (La Camera Verde). Shelter (in inglese “riparo”), a differenza de La casa esposta in cui una architettura molto pensata ed un percorso interno lineare rendono opportuna una lettura sequenziale, presenta una rassegna di ritratti la cui autonomia è sottolineata dall’autore stesso che ad apertura delle varie sezioni pone il medesimo titolo: clinica 1.  La lettura può quindi iniziare da un punto qualsiasi del libro e proseguire in qualsiasi direzione. Ad essere rappresentata è una varietà di casi il cui tratto omogeneo è costituito dalla malattia (rifugio e condanna, allo stesso tempo); una malattia (o vecchiaia o disagio) non occasionale, non episodica, bensì assunta a stato permanente dell’esistenza e che si configura ad un tempo come allegoria dell’esistenza stessa. In questo caso (a differenza di altra e celebre serie ospedaliera, in cui nel linguaggio frantumato di Amelia Rosselli si restituisce al lettore la somma di frammenti in cui il corpo è ridotto dalla malattia) non assistiamo allo sfasamento rispetto ad un grado iniziale (la salute) né al distacco delle parti da un tutto (il corpo, inteso in senso lato anche come corpo/linguaggio), bensì alla sospensione della propria temporalità rispetto al tempo della propria esistenza (qui lo sfasamento e il distacco). Uno stato che pone continuamente di fronte ad un bivio (molti testi si chiudono con l’indicazione di un’alternativa), ad una scelta dentro/fuori lo stato clinico che tuttavia non viene mai adottata, riportandosi così la lettura al precedente verso o al precedente paragrafo (nelle prose, che in questo caso non costituiscono una diversa soluzione stilistica rispetto ai versi ma semplicemente una diversa forma dello stesso codice linguistico, della medesima sintassi) e che, insomma, non sembra poter trovare esito, costringendo ad una dimensione patologica in cui – ci suggerisce Giovenale senza troppi infingimenti – siamo tutti costretti, indipendentemente dallo stato di salute. Si rende conto, in questa visione, di varie prospettive inquadrate da postazione fissa e attraversate prevalentemente nell’aspetto della percezione (come la malattia e l’immobilità mutano la percezione del mondo esterno e della propria collocazione al suo interno). Un libro omogeneo, quindi, che rivela un’esperienza diretta dell’autore a contatto con quei letti, con quelle fissità, ma che tuttavia non cede né ad una deriva da ritrattista (non siamo in presenza di una serie di personaggi) né alla tentazione dell’immedesimazione (si riportano quelle esperienze, sebbene viste attraverso la propria lente di ingrandimento) e che, in conclusione, si può leggere come negazione del titolo (nel bianco il nero e viceversa) con il quale si presenta al pubblico. Rifugio (shelter) – non rifugio, impossibilità di trovare riparo (l’igloo di Mario Merz, in foto, se nelle intenzioni vuole rappresentare la spirale come legge strutturale della natura – in chiave abitativa, tuttavia pare contenere la stessa ambiguità del rapporto tra dimensione interna ed esterna, un’allegoria dello shelter così come viene configurato nella scrittura di Giovenale). Continua a leggere “Due letture”

All the letters of this alphabet – Notes on Nika Turbina's poetry

Federico Federici

Nika Turbina’s poetic path opens and comes to an end over only the shortest lapse of time. She seems to have known this from the beginning, once writing in her journal: “I said everything there was to say about myself in my poems, when I was just a child. I needn’t have grown into this woman’s body…”
Adulthood has not the value of experience that we look forward to for so long, and though not in itself desirable, childhood seems to contain all the facets of life. While seeking their path, with the burden of “[…] life and death/on the shoulder”, all have to hurry up. For as night follows day, the day will come when the sun sets forever.
Nika Turbina was concerned early on with this impending sense of time, which meant loss, change, disappointment from her soon to be abandoned hopes. How to escape having known so much so young? Forgetfulness comes only with eternity, yet “[…] the old house/[…] stands by the river of memory” – the place where we lived while yet we might again. The gradual loss of innocence Continua a leggere “All the letters of this alphabet – Notes on Nika Turbina's poetry”

Riuscire ad essere

di Andrea Leone

Il libro che abbiamo aperto è Inferno minore di Claudia Ruggeri. Siamo travolti dalla manifestazione di un Eros assoluto, lancinante, potente, da un diario della vita radicale, struggente, elegante; ascoltiamo una stupenda voce divisa tra lutto e luce, sarcasmo e amore, caduta ed entusiasmo. La qualità lirica di questi testi è alta, coinvolgente. E’ un flusso incontenibile che parte dall’amore e arriva alla morte. La lettura di queste poesie è un’avventura. Un’avventura della mente e dei sensi. Un’avventura della conoscenza.

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Il "Mulino" di Bazzano: spazio protetto di delocalizzazione

Niva Lorenzini

Chi non ha conosciuto direttamente e negli anni giusti l’esperienza della comunità di poeti e artisti che faceva capo al “Mulino” di Bazzano, e si limita – come nel mio caso – a leggere le cronache, le ricostruzioni storiche che restituiscono la fisionomia di un’esperienza restata comunque, nell’immaginario del ‘sentito dire’, come leggendaria e irripetibile – è sempre il mio caso – riceve l’impressione di una vicenda sviluppatasi in uno spazio protetto, appartato, delimitato dai confini della casa-redazione abitata, a partire dal ‘70 e per dieci anni, da Adriano Spatola e Giulia Niccolai, e della corte rurale della proprietà della famiglia di Corrado Costa. Di “repubblica della poesia” parla Eugenio Gazzola nella sua attenta, documentatissima indagine sulla nascita, lo sviluppo, la fine di quell’esperienza di autogestione – si potrà definire così – in certa misura artigianale, di poesia e di plurime iniziative editoriali (1): ed è la geografia dei luoghi, perfettamente ricostruita e raccontata, a catturare in primo luogo l’attenzione, come se fosse, il luogo, non separabile dalle iniziative editoriali, dagli incontri, dalla vitalità stessa di quella “fabbrica letteraria”.

Dirò subito che mi colpisce, mi ha colpito, la coincidenza, e insieme la evidente discrepanza, tra quel bisogno di persistenza in una realtà topograficamente, geograficamente perimetrata, periferica, localizzabile sino nelle coordinate fisiche dei colori, degli odori, dell’incidenza della luce o del buio, dell’alternarsi del ritmo stagionale e del rapporto interno-esterno (l’esterno subito contiguo ai muri di casa), e il carattere delocalizzato, a più livelli, sprovincializzato, cosmopolita, multimediale, internazionale, delle esperienze che vi trovarono un ancoraggio. Luogo di formazione e iniziazione, insomma, per alcune tra le figure di artisti più delocalizzate e nomadi che sia dato conoscere. Luogo di sperimentazione assoluta, che richiedeva un trasporto totale, coinvolgente, quel Mulino (certo: “Chi va al mulino s’infarina”: ma in che modo, insomma?). Aveva naturalmente influito, sulla opzione per quel rifugio che si poneva fin da subito come tutt’altro che un “buen retiro”, una ben definita stagione storica, con le vicende legate alla chiusura di “Quindici” e la messa in crisi di posizioni ideologiche, e certa delusione o stanchezza di scelte direttamente impegnate (2). Il termine “impegno” non piaceva, si sa, a Spatola, e si potrebbe discorrere a lungo sulle motivazioni che gli facevano preferire la parola “protesta”: basterebbe riandare a quella sua recensione allo Pseudobaudelaire (1964) di Costa pubblicata sul “Verri”, 18, dicembre 1964, o ancora al suo intervento su Poesia apoesia poesia totale uscito su “Quindici”, n. 16, 1969, e accolto da un nugolo di polemiche per la messa in discussione dell’esistenza stessa della poesia, o del suo divenire succube di una pratica mondana al servizio dell’industria culturale (se potessi aprire una parentesi, rinvierei anche alla recensione dedicata da Spatola, pochi anni dopo, nel ’72, a Metropolis di Antonio Porta, dove vengono ribaditi i medesimi concetti). Continua a leggere “Il "Mulino" di Bazzano: spazio protetto di delocalizzazione”

Dubbio e Narrazione: la coscienza del narrare (su "Giro di lune tra terra e mare", di G. Gaudino)

M.Giovenale, Dubbio e narrazione: la coscienza del narrarehttp://www.scribd.com/embeds/60055461/content?start_page=1&view_mode=list&access_key=key-h32igllnkng98aqg9gm(function() { var scribd = document.createElement(“script”); scribd.type = “text/javascript”; scribd.async = true; scribd.src = “http://www.scribd.com/javascripts/embed_code/inject.js”; var s = document.getElementsByTagName(“script”)[0]; s.parentNode.insertBefore(scribd, s); })();