Recensione a Vito M. Bonito, “Fioritura del sangue” (Perrone, 2009)

Daniele Claudi

«Relegato per secoli ai margini della nostra tradizione poetica – scrive Niva Lorenzini disegnando un breve quadro storico –, il corpo occupa nel Novecento un ruolo centrale». Col volume intitolato al rapporto tra Corpo e poesia nel Novecento italiano (Bruno Mondadori, 2009) Niva Lorenzini ha posto ancora una volta un obiettivo: «parlare del corpo comporta chiamare in causa il rapporto letteratura-realtà». In breve: «Se si volesse condensare in un diagramma la linea di sviluppo della storia dell’io e di quella del corpo lungo il corso della poesia del Novecento, ci si troverebbe […] a indicare, per la prima, un tracciato in discesa verticale, per la seconda una direzione ascendente». Dall’indagine risulterebbe che «è il corpo […] a mantenere solida la propria posizione […] scongiurando o procrastinando la perdita di contatto con una realtà sempre meno governabile e prevedibile».

La bella analisi di Niva Lorenzini si arresta «alle soglie del nuovo millennio che inizia solo ora, cautamente, a connotarsi». Ma, appena qualche anno prima, nel saggio Io è un corpo, apparso nell’antologia curata a più mani Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli (Sossella, 2005), Andrea Cortellessa aveva parlato di sistemi poetici centrati sulla condizione del ‘divenire resti’ con l’insopprimibile bisogno di continuare a dire. Gesto poetico, questo, che non è, si badi bene, «negazione-del-nulla bensì, al contrario – spiegava Cortellessa –, assunzione tragica […] della direzione-verso-il-nulla». Si individuava un’epoca post-beckettiana: «Divenire-morti, ovviamente, è l’estrema metamorfosi del corpo», e, si capisce, «Io […] può parlare della propria morte solo sino a un attimo prima che si compia. La sua non può che essere […] – argomentava Cortellessa – manifestazione di un resto». È la condizione lacerante cui danno fiato le più nobili esperienze poetiche d’oggi. Tra queste campeggia la voce di Vito M. Bonito, con la sua ultima Fioritura del sangue (apparsa nella elegante collana inNumeri curata da Giancarlo Alfano per la Giulio Perrone), che si aggiunge come quarta parte alla tetralogia composta da A distanza di neve (1997), Campo degli orfani (2000) e La vita inferiore (2004).

Diciamo subito che la voce che riecheggia nelle pagine terribili e affascinanti di questo libro, essa medesima serpeggia ansimante come un resto. «Two is the beginning of the end» (‘due è l’inizio della fine’) recita in apertura del volume la citazione tratta da J.M. Barrie. Il riferimento è alla separazione dal corpo della madre che si consuma al momento della nascita. Inutile ricordare, con Freud, che proprio durante tale processo compaiono quegli effetti sull’attività cardiaca e sulla respirazione che sono caratteristici dell’angoscia. Non resta, dunque, che il fiato. E ciò che la voce angosciata dice e ridice, come i lettori di Bonito sanno, è l’altro trauma, quello dell’abbandono definitivo: la morte della madre essendo evento biografico cruciale, presto assunto dall’autore come tema dominante della scrittura. Il desiderio è quello del ritorno al grembo: l’obiettivo è «Fare-silenzio». «Io sto / rannicchiato come un cane / nel suo ventre / io sto come un cane / che non comprende // […] / e nel suo ventre non finisce / mai la luce / […]». E si leggano questi altri versi: «Finisce in te / mio nascimento // quanto ci basta / è qui // qui siamo / qui moriamo».

Tutto accade come in visione di un oltremondo dantesco ridotto a vuota luce. E mentre la voce che dice ‘io’ testimonia di scomposizione e metamorfosi del Soggetto in forma d’animale, un’altra voce risuona distante. È la voce materna perduta, che in un impossibile dialogo canta un rapporto misterioso.

Il titolo Fioritura del sangue potrebbe infatti addirittura essere inteso come ‘apparizione di piaghe nel corpo’: il fenomeno delle stimmate, che riproduce, nella mistica cattolica, le ferite di Cristo nel corpo dei santi. Il titolo così alluderebbe a un mistico legame tra madre santificata (a sua volta soggetta a metamorfosi) e figlio ferito a morte. E già in Favola, componimento in prosa di Campo degli orfani, si leggeva: «[…] figlio mio di qua non puoi passare, ma ogni tua percossa fiorisce sulle mie […] braccia e non va via […]», forse con allusione alla fioritura di lividi. Ma gli indizi si addensano all’interno del nuovo libro, dove i versi paiono ritrarre il gesto di chi leva le stimmate verso l’alto come in un rito. «L’animale si inginocchia // dietro il velario / la bambina in fiamme / canta innalza / la fioritura del sangue».

 Daniele Claudi

[«Semicerchio», n. XLI (2009/2), p. 81]

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