Stelvio Di Spigno

Franco Buffoni è un poeta che viaggia molto. Negli anni, soprattutto nell’ultimo ventennio, la sua poesia ha attirato l’attenzione partecipe di molti addetti ai lavori e colleghi di scrittura, ma anche di un folto numero di lettori medi e amanti del genere poetico che ovunque sia andato hanno seguito con interesse le sue letture pubbliche e ammirato i suoi libri. Da ex professeur a la Faculté, amante della Dama Filologia quasi più della Musa Poesia, ha insegnato 40 anni come si legge e traduce un testo letterario, da ogni lingua e da ogni tradizione culturale; si è spostato di continuo, in Europa e nel mondo, ultimamente soprattutto in Italia; ha intessuto contatti umani e fatto esperienze di tutto ciò che una vita attiva può riservare a un uomo della sua condizione e intelligenza. La bandiera del poeta e il vessillo dello scienziato-umanista-filosofo-filologo, tuttavia, sono sempre restati nel suo bagaglio a mano, a portata d’occhio, con la veemenza e il puntiglio di chi ama la vita e le sue molteplici epifanie minimali e quotidiane. Non c’è che dire, se c’è un autore che ha saputo creare un pubblico reale, un seguito autentico intorno alla sua produzione in versi e in prosa, costui è Franco Buffoni. Parlo di un vero “pubblico della poesia”, non di quelli fabbricati a tavolino in ormai lontane antologie classificate, dai bravi accademici italiani, terzo o quarto Novecento, il secolo «nato ricco e morto povero», secondo la nota definizione di Cesare Segre (dedicatario di una poesia di cui parleremo più avanti). Gli italianisti la pensano così, e forse non hanno tutti i torti. Buffoni invece possiede un suo pubblico, composito e numeroso, curioso e improbabile, interessato e trasversale. Come ha fatto a metterlo insieme? Con la sua pronuncia affabile, modellata sull’amata lirica settecentesca italiana e inglese, con un’ironia sottilissima, colta e allo stesso tempo popolaresca e non di rado vernacolare, con l’umanità di un’ispirazione tanto profonda e radicata che anche il lettore più disattento non può restare indifferente ai suoi versi. E sono questi continui spostamenti, incontri, eventi, a fornire il materiale propulsivo per il suo libro più impegnativo e onnicomprensivo, La linea del cielo, pubblicato dall’editore Garzanti nell’aprile 2018. Si tratta di un libro capitale, anche per mole, riassuntivo, a suo modo definitivo ma non ultimativo, perché sebbene al suo interno si riversi tutta l’arte e la mirabolante quantità di occasioni private e collettive che vengono come celebrate in un felice connubio di memoria e scoperta del mondo da varie angolazioni, il cantiere di Buffoni, a fine libro, resta aperto, come a dire che la poesia, quando vibra e non giudica, quando ammira e non condanna l’esistenza umana, avrà ancora possibilità di manifestarsi, chissà dove, chissà quando, ma sicuramente. E questa è la prima lezione che il nostro professeur lancia a chi frequenterà il suo nuovo, grande lavoro. Il secondo messaggio riguarda l’arte di vedere, di partecipare, di tradurre il reale in poesia. La vera novità de La linea del cielo sta proprio in questa moltiplicazione dello sguardo, in un potenziamento del dato uditivo, in una parola, in un’amplificazione smisurata dei dati reali percepiti. Roma e Milano restano come fondamenti e pilastri dell’affettività e come conquiste del vissuto. Ma non bisogna essere psicologi cognitivisiti per sapere e capire che uno stesso dato di realtà varia a seconda di dove lo si osservi. In questo senso, ridurre le prospettive del libro solo alle due principali città dove è nato e cresciuto (Milano e la Lombardia) e dove ha conquistato la maturità umana e poetica (Roma), sembra quasi un affronto alla ricchezza di quest’opera. Piuttosto, Milano e Roma segnalano le vette conquistate dal suo metodo di lavoro da poeta: il rigore è inflessibilmente lombardo, l’umanità tutta mediterranea (dove da Roma ci si allunga a Napoli, al sud Italia con uno sguardo al Maghreb), l’irriducibile retaggio culturale è invece europeo, nel senso meno restrittivo e storicizzante del termine. Pagina dopo pagina, si resta incantati dalla trama e dal disegno del libro, e si resta spiazzati di fronte a un alternarsi così serrato di misure e soluzioni stilistiche che si avvicendano testo dopo testo, come se ogni poesia avesse un suo proprio marchio retorico distintivo e una sua idea di fondo forte, piazzata, con una evidenza di linguaggio che si fa ora incisiva, ora pudica e delicata, ora sferzante e trasgressiva. Si legga per esempio Stava male, una lirica vocativa e sapienziale, che parla di un giovane malato di AIDS, della sua vicenda, della sua mancanza di coraggio, perché solo il coraggio può destituire l’ordine delle cose al punto di poter dire che «più forte del fato c’è l’uomo», una massima che attraversa tutta la vasta opera di Buffoni, un concetto filologicamente umanistico ed erasmiano che ne innerva da sempre la poetica. Oppure E azoto calcio ferro carbonio, dove uno slancio allucinato tra cielo e terra porta all’auspicio di una tregua tra l’uomo e la natura, perché solo alla poesia venga lasciato il compito di portare «a soluzione / il mondo», e non ai singoli attori di una tragedia ridanciana lunga quanto la storia dell’umanità sul pianeta. Sì, l’acquisizione di soluzioni retoriche e stilistiche, espressive e comunicative convincenti e necessarie per l’allargamento dello spettro emotivo di cui Buffoni è stato protagonista negli ultimi anni, parte da Jucci, il vertice lirico della sua poesia, passa attraverso Personae, e giunge a compimento ne La linea del cielo, abbandonando tanto  l’austerità formale de Il profilo del Rosa quanto l’esplosività catartica di Guerra, filtrando l’urgenza dei contenuti attraverso una ricerca personalissima di tutte le possibilità sintattiche, lessicali e versificatorie concesse alla poesia. E questo dato, ne sono certo, risulta, da un punto di vista squisitamente letterario, come il fattore ulteriore e decisivo che i versi di Buffoni hanno cercato (e trovato) attraverso un lavoro incessante durato decenni, e finalmente giunto al suo risultato più intenso e duraturo.

Per il resto c’è la vita, la grande musa ispiratrice di questo poeta, e una rinnovata capacità di pensarla, ricordarla, riattivarla, traendone insegnamenti ora placidi e acquiescenti, ora drammatici e perfino crudeli. Al centro di questo mondo proteiforme c’è l’io, che fotografa istanti e movimenti con lo stupore fanciullesco di chi pur studiando tutto e leggendo tutti i libri, come l’afasico Mallarmé, non resta intristito o ammutolito, anzi, ha ancora più voglia di entrare nelle strade dell’esistenza umana per condividerne e celebrarne i passeggeri, temporanei, pellegrinanti interpreti sulla scena. Solo una punta di tristezza affiora, in punti per altro strategici del libro, per lo scorrere del tempo e per la consapevolezza che, col passare degli anni, l’esperienza viene rivissuta in poesia non più al presente ma al passato. Mentre la volontà di Buffoni è quella di continuare a giocare con l’esperienza, cambiarne i punti di vista, trarne verità e insegnamenti da tramandare, seguendo la sua vocazione parenetica ed educativa, che nella produzione letteraria odierna è del tutto assente. I suoi libri insegnano: quelli di molti suoi colleghi, poeti e prosatori, no. La sua volontà genuina e pura di estendere il sommo bene del sapere contro ogni forma di oscurantismo e ignoranza criminale rappresenta un’altra dorsale della sua immensa vena poetica. E qui tornano in gioco i fattori percettivi di questo libro in particolare. Cambiando punto di osservazione, sembra dirci Buffoni, non si arricchisce solo l’umanità e la cultura di chi osserva. Si dileguano le ombre, si sventano presagi nefasti, si evitano conflitti personali e mondiali, si instaura un rapporto più sano e igienico col mondo che ci è stato dato in sorte. Questa è la somma saggezza. Di fronte al più terribile degli eventi umani, cambiare prospettiva, costruire nuovi punti di esplorazione per capire e comprendere, rende il vivere meno faticoso e opprimente. Non è un generico elogio del pluralismo calato ad arte nella percezione poetica. È quello che l’autore ha imparato sulla propria pelle, con la sua esistenza, facendo la scelta di essere mobile e non stanziale, curioso e non triste, relativizzando ciò che può e deve essere ridimensionato perché non blocchi o distrugga la crescita spirituale dell’individuo nell’epoca della globalizzazione. Proprio dalle urgenze di quest’epoca, questo tratto liberale e illuministico, che pure non esclude un rispetto sacrale per il percorso  di ognuno, anch’esso consustanziale a Buffoni, si può apprezzare ancora di più, e ancora di più riuscire utile alla nostra esistenza tanto tribolata. Il bello è che questo pluralismo non viene da posizioni ideologiche inflessibili e anteriori al testo. Buffoni mette l’ideologia a servizio della poesia, la usa, la mette alla prova, ma sa anche criticarla e negarla, se la propria esperienza glielo impone. Quanti scrittori sanno fare questo? Quanti poeti sanno emanare un messaggio filosofico e ideologico, soltanto attraverso i propri versi, senza ipoteche aprioristiche? Senza porsi su alcun piedistallo, ma restando dentro il flusso delle cose, per fedeltà e partecipazione alla vita anche nei suoi sussulti più distruttivi? Per questo mi sento di affermare che La linea del cielo è un libro apolitico come ogni libro di poesia dovrebbe essere, ma ideologico in sommo grado: latore cioè di un’ideologia nella quale pluralismo, istanze illuministiche, radicali, valore dell’esperienza, impegno a educare eleggono questo autore come il più coerente interprete contemporaneo di una poesia che voglia ancora essere utile e “provocare” il lettore,  proponendo una possibile trama di lettura del mondo e del tempo, come ogni buon libro, in versi e in prosa, dovrebbe fare. E del resto, tali coordinate operative appartengono agli intendimenti di Buffoni da sempre. Come un polittico che si apre: questo è il verso iniziale di un nota lirica del nostro autore che riassume tutta la sua “esposizione” al poetico. È anche il titolo del bellissimo libro-intervista che ha realizzato con Marco Corsi per la Marcos y Marcos proprio quest’anno. Ma è soprattutto La linea del cielo ad essere creato “come un polittico che si apre”; e la poesia, in sé, è sempre “un polittico che si apre”, perché se c’è chiusura, irrigidimento, risentimento, mancanza di pietà, rinuncia al sorriso, non c’è poesia, non può esistere poesia. Si possono elaborare grandi discorsi e operazioni versificatorie, megalitici ammassi di «aggettivi, messi in fila per numero di sillabe / ricorrenze o corrivi richiami a lettere iniziali» (come Buffoni stesso scrive in quella severa lirica-mimica intitolata, appunto, Cesare Segre, emblema del grande accademico cui sfugge il senso ultimo del fare versi) ma la poesia, la vera poesia, latet. E in ciò sta forse anche tutta la distanza tra la produzione poetica di questo primo ventennio del secolo ventunesimo e quella di un passato neanche tanto lontano, quello dei Sereni (anche lui dedicatario addirittura di una sezione, essendo padre e avendo influenzato, credo, il 90 % dei poeti italiani validi operanti oggi), dei Caproni, dei Luzi, di Zanzotto. Con l’aplomb istrionico del raffinato professeur, la parte conclusiva del libro colloquia, come a voler chiudere i conti, anche con la poesia e le figure letterarie del passato, spesso con richiami e controcanti tanto specifici quanto laconici o apertamente satirici (si leggano la gustosissima pseudo-invettiva A Carlo Betocchi  o l’agghiacciante quanto commosso tombeau dedicato a Pasolini). Ma il vero nodo che permette a Buffoni di sviluppare la sua idea di poesia all’interno di una visione complessiva del mondo, sconfinando ai limiti del metaletterario, è il confronto con Leopardi, una presenza fissa nella sua produzione, diventata con gli anni sempre più attuale e ricca di spunti di enorme interesse antropologico. L’idea di fondo è che Leopardi, calato nel suo contesto storico, poteva permettersi un atteggiamento verso il suo tempo e un antagonismo titanico (e, purtroppo per noi, anche profetico) che a noi è oggi precluso. Era un privilegio concesso alla Modernità, nel suo stato avanzato (l’Ottocento) ma non ancora necrotico (il Novecento). L’ammirazione dell’autore per Leopardi è sconfinata, soprattutto perché da pensatore e conoscitore di scienza e storia dei popoli ne può cogliere aspetti ancor più dirompenti, ignoti ai più:

Ho pensato a te, contino Giacomo, vedendo
Su una rivista patinata
Le foto degli scavi in Siria a Urkish,
A te e ai tuoi imperi e popoli dell’Asia
Quando intuivi immensamente lunga
La storia dell’umanità.
Altro che i Greci il popolo giovane di Hegel
O il mondo solo di quattromila anni della Bibbia
Credendo di dir tanto, fino a ieri.
Tu lo sapevi che sotto sette strati stava Urkish
La regina coi fermagli
L’intero archivio su mille tavolette
Già indoeuropea nella parlata
L’accusativo in emme. Capitale urrita
Dai gioielli legati all’infinita pazienza
Dei ricami in oro. Tu lo sapevi che poi gli Hittiti
Sarebbero giunti a conquistarla,
Già loro vecchi e di vecchi archivi nutriti…
Sono stufo di preti e di poeti, conte Giacomo.
E di miti infantilmente riadattati.
Mitini e mitili.   (p. 139)

Ma da questo confronto, leggendo in profondità la sezione “leopardiana” intitolata Di che cosa si nutriva Adelaide Antici (di cui la poesia riportata sopra è un pezzo ormai storico), scorre in sottofondo tutta la causticità buffoniana nel segnalare l’urgenza di una uscita veloce, rapida e obbligatoria da tutto ciò che ha costituito e significato la Modernità, dai suoi lati più oscuri e ancora incombenti, dalla sua finta utopia progressista che ipocritamente ha potuto far nascere e tollerare fascismi, comunismi, consumismi, guerre e stragi, tante ingiustificabili e catastrofiche mattanze di esseri umani. Della Modernità, Buffoni ama la sostanza, non la fiction, le acquisizioni che giovano alla vita, non il mito. E questo aspetto, pur essendo (e l’autore lo sa bene) di derivazione leopardiana, è anche il massimo punto di distanza tra il “maestro in bottega” lombardo e il colosso poetico di Recanati. Per Buffoni, Leopardi ha compreso prima e meglio di altri che l’umanità non è vecchia di solo qualche millennio, ma molto anteriore. Ma il sole sorge ancora. E la Storia resta tutta da scrivere, perché ciò che è moderno è diventato passato, e le divinazioni di Leopardi sono ormai il nostro pane quotidiano, il nostro mondo piatto dove ci si veste, si pensa e si parla uguale da Tokio a Seattle. Di fronte a questo scenario c’è la rappresentazione morale di un tempo statico e maligno, che sfocia nella tragedia e nella ricerca della morte: la tragicità leopardiana. E poi c’è ancora “il polittico che si apre”, che sa che deve aprirsi ogni giorno, in modo dinamico, senza tentennamenti, senza pretesti per piangere una sorte, che, sotto specie storica, poteva essere migliore, se solo si fosse nati qualche decennio prima. Ma anche il “prima” per Buffoni è un mito. La Storia è figlia dell’atto creativo, è la poesia a fare la Storia, non il contrario. Tale possibilità deriva unicamente dalla libera scelta dell’uomo forte e consapevole, che determina il suo modo di stare al mondo, senza lasciarsi travolgere o condizionare da esso. Questo è il messaggio educativo finale, il più importante e potente. Questa, in definitiva, è la realtà delle cose. I semplici e grandi esseri umani evocati in questo libro sono essi stessi, ognuno e ciascuno, una Storia possibile. Una possibilità non indegna di produrre nuova Storia, che significa anche poterla riscrivere, la Storia, ogni momento. Per questo, ne La linea del cielo, queste figure sono decine, tutti in costante e invisibile contatto tra loro, col mondo e con l’io lirico, ed è impressionante constatare che Buffoni non cade mai nel bozzettismo o nella mera descrizione, ma ognuna di loro è frutto di un’intenzione poetica autonoma e compiuta. Se l’uomo esiste in relazione agli altri, allora anche ciò che chiamiamo Storia o Tempo può moltiplicarsi in effigie e sta all’atto creativo del poeta fare in modo che ciò non avvenga nel caos, ma nella forma, sì, proprio la forma che presiede all’atto della scrittura. Perché in fondo cosa sono la Storia e il Tempo fuori dalle manie classificatorie degli storicisti? Sono immagini, terreno di poesia. E per questo le possibilità esistenziali che si aprono all’uomo sono infinite. La quantità di primordiale (ma sempre critico e vigile) ottimismo di stampo umanistico (intendo proprio l’Umanesimo quattrocentesco, quello di Pico della Mirandola e Manetti, di Valla e del già citato Erasmo) che si trae da questo libro è grandiosa, sempre vagliata analiticamente caso per caso, e soprattutto gioiosa, di una gioia che non ha bisogno di mascherare o nascondere il male per essere veritiera e genuina. E dobbiamo essere grati a questo poeta per avercela regalata, una volta di più. Da umili garzoni di bottega, mai da devoti ossequianti, perché questo Buffoni non lo gradirebbe. A compendio di quanto ho cercato di esporre, vorrei chiudere proponendo un testo emblematico del libro, nel quale si fondono spunti autobiografici, occasioni intellettuali, concezione puntuale della temporalità, sentimento di sé e ritmica scultorea in parallelo svolgersi e cercarsi a vicenda – Invito Napoli:

E in questo golfo attraversato stamattina
Da quattro jet sopra Posillipo e due cargo
Verso molo Beverello,
Io rivedo insieme a tre gabbiani
Da un balcone del Royal
La mia relazione
Per il convegno sulla traduzione.
In cappella Pappacoda oggi all’Orientale
Saremo in tanti figli di navigatori
Santi e poeti, mi viene in mente ora
Tutti già un tempo anche traduttori.
Come i piloti quattro dei jet militari
E dei cargo i dieci marinai.
Lasciami Napoli
Nelle loro scie
E dolcemente strangolami in cielo
O in mare
Da questo ottavo piano.
Non mi tradurre altrove. (p. 92)

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