Michele Sisto

Nel 1994 l’antologia einaudiana Nuovi poeti tedeschi si chiudeva con un testo di Durs Grünbein dedicato all’amico e rivale (non compreso nell’antologia) Thomas Kling, capofila riconosciuto dello sperimentalismo formale. L’anno successivo, come ha osservato Heribert Tommek («Allegoria» 62), si consuma lo scontro decisivo tra i due poeti: replicando la mossa compiuta trent’anni prima da Enzensberger, Grünbein prende le distanze dall’avanguardia e si avvia ad assumere la posizione di poeta ‘neo-classico’ rappresentativo della nazione. Il conferimento del premio Büchner, nel ’95, sancisce il successo della linea Enzensberger-Grünbein – quella dei poetae docti, tra cui si possono annoverare anche il primo Sebald e Raoul Schrott – e l’ulteriore marginalizzazione della linea contrapposta – tendente ora al pop ora alla sovversione stilistica – che va da Rolf Dieter Brinkmann a Kling, passando per Oskar Pastior.

L’opposizione è schematica, naturalmente, ma può servire per un primo orientamento: se Nuovi poeti tedeschi pendeva più verso la prima delle due linee, e la successiva antologia Le storie sono finite e io sono libero (a cura di Maurizio Pirro, Marcella Costa e Stefania Sbarra, Liguori 2003) si collocava a metà strada, questa Ricostruzioni. Nuovi poeti di Berlino (a cura di Theresia Prammer, Libri Scheiwiller 2011), documenta soprattutto la recente evoluzione della seconda.

Il volume curato da Theresia Prammer per Libri Scheiwiller con l’aiuto di una piccola, agguerrita squadra di traduttori (Alessandro Baldacci, Gio Batta Bucciol, Donatella Cataldi, Irene Fantappiè, Federico Italiano, Monica Lumachi, Camilla Miglio, Enza Scuderi), raccoglie testi di autori nati tra il ’62 e l’82, giunti a Berlino da tutta l’area germanica, e accomunati da «un rapporto assai aperto, disinvolto, con la lingua della poesia», «un livello molto elevato di consapevolezza tecnica e teorica» e una vasta cultura letteraria che metabolizza avanguardie storiche ed esperienze espressive più recenti. Quasi tutti «sono anche traduttori e critici, e hanno alle spalle una lunga esperienza di “socializzazione poetica”».

L’operazione tentata con Ricostruzioni è dunque coraggiosa quanto rischiosa. Quella degli autori antologizzati è infatti una poesia ‘difficile’ (e tanto più difficile da tradurre), profondamente insediata com’è nella lingua tedesca, nella sua tradizione storica e nella sua vitalità presente (non a caso Grünbein è ampiamente tradotto in Italia, mentre mancano antologie di Brinkmann, Pastior o Kling, e quella di Draesner, uscita nel 2009 per Lavieri, si deve alla stessa Prammer). Inoltre, è una poesia che può apparire ‘lontana’, proprio perché nasce nello specifico dialogo interno alla comunità poetica berlinese. La scommessa del volume è proprio questa: non tanto selezionare il fiore della poesia tedesca contemporanea nei suoi risultati individuali, quanto raccontare un «giardino in progresso», come lo definisce Prammer citando Brecht: trasmettere qualcosa dello straordinario milieu che si è creato a Berlino dopo il ’90 in seguito alla fusione dei due campi letterari tedeschi, occidentale e orientale, e di quanto finora questo milieu ha prodotto, non ultimo un «rinascimento poetico» che è allo stesso tempo della poesia e della città.

I testi sono dunque importanti, ma il contesto, qui, lo è altrettanto: non si può cogliere il fascino di questa poesia se si prescinde dal particolarissimo humus da cui nasce, fatto di letture, dibattiti pubblici e poetry-slam (al Café Burger, al Kvartira, alla Literaturwerkstatt), di nuclei auto-organizzati (Lauter Niemand, Sing-Akademie, Rumbalotte), di “officine” private (il Circolo letterario di Rinck, Draesner, Jackson e Falb), di progetti collettivi (come il libro di poetica scritto a più mani da Jackson, Falb, Rinck, Cotten e Popp), di siti internet (forum der 13, lyrikline, lyrikkritik, poetenladen), di riviste («Löse Blatter», «Intendenzen», «Zwischen den Zeilen», «BELLA triste»), di case editrici (kookbooks), di maestri (Heiner Müller, Volker Braun, Bert Papenfuß, Elke Erb, Herta Müller, Gerhard Falkner), di cantautori-poeti (Jan Böttcher, Bruno Franceschini), di bibliofili e “invasati” della poesia.

Si giustificano così pienamente la decisione, che a tutta prima potrebbe apparire bizzarra, di antologizzare poeti ‘di Berlino’, e di conseguenza i criteri adottati: limitare il numero dei poeti a 12 (Ulrike Draesner, Ulf Stolterfoht, Lutz Seiler, Johnannes Jansen, Marion Poschmann, Monika Rinck, Sabine Scho, Hendrik Jackson, Jan Wagner, Daniel Falb, Steffen Popp, Ann Cotten), antologizzarli ampiamente (almeno una decina di testi ciascuno), dedicare a tutti una circostanziata introduzione, e soprattutto – scelta particolarmente apprezzabile – dare un saggio anche dei loro scritti di poetica. È qui che si vede meglio la connessione tra il milieu e la produzione variegata e spesso conflittuale di quella che è stata definita «la prima generazione senza parole d’ordine».

Individuarne i tratti comuni, così come valutarne gli esiti, richiederebbe un discorso lungo e complesso. Si può invece mettere a fuoco, attraverso una breve constatazione di Ann Cotten, un dato macroscopico, che marca al tempo stesso la distanza tra le linee Enzensberger-Grünbein e Brinkmann-Kling così come tra ciò che la poesia è stata nel secondo Novecento e ciò che forse sta tornando a essere: «Le poesie – scrive Cotten – oggi, qui a Berlino, tra i giovani, rivestono una funzione simile a quella che la musica pop svolge nelle nostre vite».

Michele Sisto

da: alfabeta2, n. 19, maggio 2012, p. 13; anche su germanistica.net