Niccolò Scaffai

«…l’io, io!… Il più lurido di tutti i pronomi!» (La cognizione del dolore): la citazione gaddiana che Umberto Fiori ha collocato in epigrafe è una delle chiavi che dischiudono il senso del ‘poemetto’ Voi. Un senso da rintracciare appunto nel conflitto tra ‘io’ e ‘voi’, tra individualità del soggetto e collettività degli altri. Se fosse giusto definirli ‘altri’. Scrive infatti Fiori: «Potrei parlare da fuori, / dall’alto, da lontano. Dire: loro, / gli altri, la gente. // Invece – vedete? – vi chiamo, / vi sto di fronte». Il protagonista lirico non si percepisce infatti come persona separata dall’anonima comunità di interlocutori; non c’è insomma, nel titolo e nel progetto del libro, l’eco di una distanza modernista tra il poeta e gli uomini ‘che non si voltano’, innanzitutto perché, scrive Fiori, «anch’io sono voi. E voi siete io, si sa.» Poi perché ‘voi’ non è persona né silenziosa né indifferente, ma, al contrario, titolare di un’enunciazione inquisitoria, che provoca e giudica l’io. Se volessimo dare a questi versi una posizione nella geografia della lirica moderna, potremmo magari evocare per l’ennesima volta il senso di colpa del ‘povero poeta’ privato del mandato sociale: solo che, quel senso di colpa e quella privazione acquistano ora una specie di esistenza, diventano appunto quasi-personaggi attraverso l’artificio retorico della prosopopea. Tanto che, per l’accensione semantica delle figure pronominali e per la tendenza alla personificazione drammatica delle istanze, sarebbe anche possibile un confronto con autori italiani del secondo Novecento, in particolare Giudici e Caproni.

 Nel rapporto di forze e tensioni che trova ragione un’altra delle epigrafi del libro, stavolta dal Processo di Kafka: «“Pezzenti!” gridò, “teneteveli, tutti i vostri interrogatori!». Anche in Voi, il poeta è sottoposto a un processo, interrogato e giudicato colpevole dal ‘voi’ vociferante che prende la parola per interposta persona: «Mi dite: “Eccoti lì: ti addormenti, / ti svegli, esci, saluti, / dài un morso a un panino, / compri il giornale. // Credi forse / di essere immortale?». Il processo non si conclude però con una sentenza, anche per l’intrinseca debolezza di ruoli di imputato e giuria, tanto netti sul piano dell’enunciazione e della grammatica dei pronomi, quanto ambigui su quello dell’affermazione assiologica. Un’ambiguità e una contraddittorietà che motivano anche una terza epigrafe iniziale, quella da Finale di partita di Beckett, in cui emerge proprio l’impossibilità di risolvere il conflitto con una decisione che separi o omologhi definitivamente ‘io’ e ‘voi’: «Insomma, volete tutti che vi lasci? / Ma certo. / Allora vi lascerò. / Tu non puoi lasciarci. / Allora non vi lascerò.»

Così, urge il sospetto che Fiori, mentre sembra superare la lirica delegando la parola e il primato morale a un’entità esterna all’io, finisca in realtà per ridarle tutta la sua forza e centralità, sia attraverso le risorse formali, sia attraverso le pose in cui modella il soggetto. Tra le prime vi è la struttura del macrotesto, che si dipana in una serie di novanta brevi movimenti, concatenati da frequenti richiami di parole e da veri e propri legami di capfinidad tra testi contigui (per esempio: «a fare due tiri, a prendere / un po’ di sole» > «Voi vi prendete il sole»): ancora poco, e si potrebbe quasi parlare di ‘canzoniere’, un’idea che la parola-titolo irresistibilmente attrae, se lasciamo che la memoria, impertinente, risalga all’archetipo: «Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono». C’è, ancora, la fitta trama di rime e assonanze, che insieme ad altri fenomeni metrici assai abilmente gestiti (gli endecasillabi che marcano frequentemente il testo sulla pagina, il ‘pivot’ ritmico delle parole sdrucciole) contribuiscono a straniare l’espressione del poemetto, ribadendone la letterarietà. Per quanto riguarda la posa, o l’atteggiamento, l’io assume volentieri il carattere della vittima, ora inclinando verso la pateticità crepuscolare, ora – portando alle estreme conseguenze la dinamica inquisitoria che lo lega al ‘voi’ – verso la sofferenza cristica: «se mastico bene il plancton che mi servite / e vuoto tutto il bicchiere di vino acido // – poi mi lasciate in pace, / mi lasciate solo?».

 Da una parte, allora, Voi è la quintessenza della poetica di Fiori: fàtica, relazionale, caratterizzata «sin dall’esordio», come ha scritto Andrea Cortellessa in Parola plurale (p. 506), da un «io che vorrebbe astrarsi da se stesso, ma continuamente viene riprecipitato nel tormento di sé». Dall’altra, pur essendo un libro fortemente comunicativo, rende più incisivo il gioco tra apparente prosasticità ed effettiva poeticità, sia nella forma, sia come si è detto nella posa del soggetto. Certo, il meccanismo enunciativo e la pantomima apologetica dell’io vengono portati avanti a oltranza, con una programmatica ripetitività che rischia di dare al ‘canzoniere’ una cadenza un po’ sforzata. Ma del resto, è proprio nella dinamica tra iterazione della struttura e mobilità di un io-voi prometeico che stanno il fascino e il senso del libro di Umberto Fiori.

 

Niccolò Scaffai