Recensione a Alessandro Broggi, "coffee-table book" (Transeuropa, 2011)

Marco Giovenale

Che cos’è un “coffee-table book”? Un libro assimilabile alle riviste da aeroporto, da sala d’aspetto, sostanzialmente l’equivalente del modo di essere di certa ambient music. Non proprio o non soltanto un “oggetto d’arredamento”, ma pure l’installazione di un concetto o di una procedura al posto di un textus, un’inclinazione o modo (appunto), invece di un oggetto, invece di una tessitura che si pretenda conclusa-profonda, durevole, complessa. Non sarà allora un… volume da scaffale-scrigno, ma una superficie da consumo veloce e distratto, da sfogliare al caffè, precisamente. È allora questo, anche, il senso del testo più recente di Alessandro Broggi, autore già noto per diverse avventure testuali nel campo di una sperimentazione che – in poesia come in prosa – abbassa a zero o sotto zero la temperatura narrativa, e al più mima una (apparenza di) lirica soltanto per mostrarne le nervature fragili, elevando al quadrato l’ironia dei versi, il tono neutro, la natura epidermica di opere all’apparenza non strutturate. “Mi piace l’idea che tu non debba raggiungere alcuna profondità per godere di qualcosa”, recita – fra l’altro – l’epigrafe da Tobias Rehberger che apre la sequenza di poesie coffee-table book, fascicolo di testi che proprio con questo titolo Broggi pubblica ora nella collana Inaudita, di Transeuropa (accompagnato da un geniale-giocoso cd di Gianluca Codeghini, There’s nothing better than producing sounds, in sintonia e dialogo – sul fronte sonoro – con le pagine del testo).

Quelle che Broggi propone sono “ventisei quartine regolari, costruite con versi stringa che sono sintagmi-stemmi (per lo più nominali) ripresi dai media di consumo”, come spiega la quarta di copertina. È dunque verificata proprio l’accezione di “libro da tavolino di caffè”, di cui si diceva. Il primo verso della sequenza riprende uno dei ritornelli-citazione più devastantemente triti della pubblicistica kitsch, senza tentare in alcun modo di sovrascriverlo, variarlo: “tenera è la notte”, dice. Ma, allo stesso tempo, e già proprio dal secondo verso, la prospettiva si fa più umbratile e si percepisce chiaramente che il libro edifica in tal modo, ai suoi primi passi, una sorta di pagina di metapoetica: “tenera è la notte / tutto intorno all’opera / progettando in grande / tra sogno e realtà”.

Dunque: anche una poetica dell’epidermide e della procedura, e la scelta di una freddezza che installa-deride clichés e non vuole “profondità” né didassi, di fatto non sfugge e non vuole sfuggire alla caratura connotativa delle proprie opzioni: accanto al vieto “tra sogno e realtà” (inserto di retorica buffa e – così – beffata), troviamo infatti un altrettanto buffo “progettando in grande” che può però essere precisamente metatestuale, e un polisemico “tutto intorno all’opera” che potremmo sia legare al primo verso (= la notte è intorno all’opera), sia lasciare a sé (= tutto [si costruisce] intorno all’opera testuale), sia legare al verso seguente (= tutto intorno all’opera si progetta in grande), sia – infine – pensare come completamente slegato (“tutto intorno all’opera” = tutto, intorno [a noi, è] all’opera; tutto, attorno a noi, è in azione, in fibrillazione) e con ciò ancor più fortemente ironico.

Già a inizio di libro, dunque, e poi in tutte le poesie, vediamo come alcune premesse di freddezza, superficialità, procedura, ambient, iperlirica (ad aggredire la seriosità della lirica), uso di luoghi comuni, grado zero, vengano in realtà da un lato realizzate e dall’altro strette intelligentemente in un angolo di crisi. Sarà dunque questa l’identità del lavoro di Broggi, la sua peculiare modalità di connotazione, di solo apparente resa a quel banale che pure le poesie vanno mimando o proprio esponendo. (Un’apparenza che tuttavia si attesta, si fa modulo di poetica, e obiettivamente “cela un’ironia critica sottile”, come daccapo conferma la quarta di copertina).

Marco Giovenale

[testo uscito, con il titolo redaz. Alessandro Broggi, versi da leggere a un tavolino di caffè, in
«il manifesto», 1 dic. 2011, p. 11, qui leggermente variato e ampliato]

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